Buone Regole in Montagna

La montagna con questi caldi è stata presa d’assalto da orde di turisti che hanno scoperto questo paradiso fresco, sereno e dilettevole.

Ma non ci si può improvvisare montanari o anche solo turisti della montagna senza rispettare alcune regole che per chi è storico nella frequenza, sono del tutto scontate e fanno parte del bon ton montano.

Per prima cosa quando ci si incrocia su un sentiero è norma augurare il buon giorno a qualsiasi persona o per lo meno fare un gesto con la mano, se proprio si ha il fiatone…

La montagna gode di un equilibrio precario, tutto è sensibile, bastano piogge più forti per provocare frane. Il turista perciò deve avere il massimo rispetto per il luogo: quando si cammina su sentieri un po’ scoscesi far attenzione a non provocare cadute di sassi, non raccogliere fiori o piante, che sono tutte protette,  non urlare o schiamazzare senza un motivo grave.

La montagna ha bisogno anche del silenzio, percorriamo sentieri che sono stati costruiti dall’uomo ma che devono cercare di rispettare chi in quell’habitat vive e soprattutto gli animali… più si sta in silenzio e più si ha  l’opportunità di imbattersi in qualche camoscio.

Non dimentichiamoci poi, che prima di intraprendere una passeggiata bisogna sempre controllare il meteo che in montagna è particolarmente variabile, e ovvio, l’abbigliamento dev’essere adatto: pedule o scarponi tecnici, a seconda del grado di difficoltà dei sentieri, giacca a vento, pile e mantella per la pioggia, borraccia d’acqua.

E buona gita!

Vigneron de Provence

Di ritorno da una breve gita in alta Provenza, a riempirci gli occhi con le distese blu-viola delle coltivazioni di lavanda e ad inebriarci col profumo che ne permeava l’aria, abbiamo deciso di puntare a sud verso la costa mediterranea passando da Aix-en-Provence.
La comune passione per il vino, infatti, ci aveva persuase a programmare la visita ad una cantina per non lasciarci sfuggire l’occasione di confrontarci direttamente con una realtà vinicola di una terra così famosa nel mondo intero. E cosa si poteva prestare meglio della Routes des vins de Provence?
Alessia, incaricata di selezionare tra tante l’azienda alla quale fare visita, ci ha condotte fino a Trets alla cantina Mas de Cadenet di proprietà della famiglia Négrel da oltre duecento anni: scelta che si è rivelata azzeccatissima!

Matthieu Negrel

 

Lasciata la strada principale ci siamo ritrovate all’interno del domaine, circondate da vigneti: lunghi, ordinati, filari di vigne verdi e rigogliose, più basse di quelle che siamo abituati a vedere nel nostro territorio, che spiccavano nitidamente contro il cielo terso di quella splendida giornata di sole.
Quando siamo arrivate in cantina non mancava molto a mezzogiorno e all’ora di chiusura, ma Matthieu Négrel non si è risparmiato e ci ha sapientemente ed appassionatamente guidate in una interessante degustazione, attraverso vitigni autoctoni, natura dei terreni e filosofia di produzione dell’azienda di famiglia.

la vigna

 

Un unico appezzamento di circa 50 ettari posto ai piedi del monte Sainte Victoire, sopra un altopiano a 250 metri sul livello del mare, contraddistinto dalla presenza di suoli differenti a seconda della zona e costituiti da ghiaia, argilla e sabbia, sui quali crescono vigne talora anche molto vecchie.
Le varietà coltivate sono quelle tipiche della zona: rolle, ugni blanc, syrah, grenache, cinsault e cabernet sauvignon, che vengono lavorate secondo le regole dell’agricoltura biologica nel pieno rispetto della natura perché solo così (è la filosofia aziendale) possono esprimere appieno la mineralità e gli aromi tipici di questi terreni. I vini prodotti da questi vignerons sono per scelta soprattutto rosé ma vi sono anche rossi e bianchi.
Essi sono piacevolissimi all’assaggio, anche così di mattina e senza accompagnarli al cibo: una mineralità importante a sottolineare l’ingresso in bocca ma poi, dopo la deglutizione, una prorompente e accattivante freschezza a rendere molto persistente il sorso. I rossi presentano un tannino mai ruvido e che, se inizialmente può sembrare ancora giovane e vivace, piano piano diventa piacevolmente setoso ed avvolgente. Che dire…vini assolutamente gradevoli e di ottima beva, che ben si prestano ad accompagnare pranzi leggeri ma anche in abbinamento a piatti strutturati ed ‘impegnativi’!
Infatti sono tre le principali linee di produzione (cuvée, alla francese) dell’azienda, caratterizzate da prodotti eterogenei che derivano da suoli, esposizioni, vigne, epoche di raccolta delle uve e lavorazioni in cantina differenti: Arbaude, Mas de Cadenet e Mas Negrel Cadenet.

selezione di vini Mas De Cadenet

 

Arbaude offre vini ottenuti da uve coltivate in una porzione omogenea di cinque ettari di vigneto; l’impiego del solo acciaio in vinificazione fa risaltare intense e fresche note fruttate.
Mas de Cadenet rappresenta la produzione principale dell’azienda: i vini sono giovani, ottenuti da uve raccolte mature e lavorate solamente in acciaio, così da esaltare la freschezza, gli aromi fruttati e le sfumature sapido-minerali tipiche della zona.
La linea Mas Negrel Cadenet costituisce invece il fiore all’occhiello della famiglia: le uve impiegate provengono da una selezione di vecchie vigne (dai trentacinque agli ottanta anni di età) ed i mosti ottenuti vengono sottoposti a lavorazioni complesse e a lunghi affinamenti in botti di rovere prima di procedere con gli assemblaggi, così da far acquisire loro delicate e preziose sfumature speziate dolci; vini complessi, ricchi di profumi, seducenti nel gusto e destinati a lungo invecchiamento… che possono essere tranquillamente ‘dimenticati’ qualche anno in cantina, rosè, bianchi o rossi che siano!
Naturalmente tutte noi abbiamo voluto portarci a casa, come dei souvenirs, alcune bottiglie dei preziosi nettari assaggiati quella mattina in compagnia di Matthieu. Saranno piacevolmente degustati, presto o tardi, e sicuramente chiudendo gli occhi ci sembrerà di tornare in Provenza e con noi lo faranno anche i nostri ospiti, senza nemmeno saperlo…

Gloria

Montagna o la ami o a odi

Credo non ci possano essere mezze misure di fronte alla grandezza delle montagne: o ne sei completamente ammaliato o al contrario rimani indifferente e di conseguenza estraneo.

La montagna significa prima di tutto sacrificio, fatica, solitudine….poi tutto questo si trasforma in conquista, benessere, ricchezza…..in un’unica parola felicità.

                                            Forcella Staunies – gruppo del Cristallo – Dolomiti

Conquistare una vetta, per strada normale, per via ferrata o per scalata, non importa come, dà una sensazione indescrivibile….è l’arrivare in alto!

Una metafora che si rispecchia nella vita poi di tutti i giorni, con il lavoro, con le relazioni sociali etc.

Il camminare in montagna implica fatica così come le attività di coltura strettamente legate all’orografia montana, il lavoro della terra è sempre duro ma se fatto in montagna è durissimo. Però poi le soddisfazioni sono molte.

Il vero montanaro ha un enorme rispetto della natura perché sa che se violentata questa prima o poi si vendica.

Ho sempre amato la montagna, non solo quella delle grandi imprese, ma anche quella più nascosta ed intima, quella dei boschi solitari dove si respira a pieni polmoni natura, delle malghe verdi  e dei cieli così vicini: in questi luoghi mi sento parte integrante dell’ universo.

                                                            Malga Nemes – Sesto – Alto Adige

 

 

UN VIAGGIO, UN LIBRO….

Ho vissuto in casa Bennet, nell’Inghilterra del primo Ottocento, son stata spesso in stanze ammobiliate, fredde e tristi, buttata su un sofà vicino ad un samovar, ho poi lottato contro l’ingiustizia del mondo, ho imparato molto dall’abate Faria….

Potrei dilungarmi fino alla noia…e già, ogni libro è un viaggio, un viaggio unico perché non solo spaziale ma anche temporale. A volte, questi luoghi vissuti, sono riuscita a vederli: ho cercato un confronto, ho ricercato delle emozioni provate durante la lettura…ma non sempre, aihmè, tutto è automatico.

Il più delle volte il viaggio fisico, concreto, riserva nuove sensazioni, che si vanno a giustapporre a quelle che si erano vissute attraverso occhi altrui…Questo si trasforma in un gioco divertente, parallelismi costanti, e nuove impensate scoperte…

Ho viaggiato molto di più con la mente perché i libri danno la possibilità di immergersi completamente in culture diverse, lontane, di centinaia di anni e di centinaia di miglia…

Con i libri ho vissuto “le passate stagioni e la presente e viva” e son volata negli spazi infiniti dell’universo.

La magia di Torcello all’alba e al tramonto.

Poter soggiornare una notte a Torcello è un’esperienza unica, considerando che i residenti fissi di quest’isola della Laguna Veneta, sono circa una quindicina.  Passeggiare quando l’orda di turisti giornalieri ha preso l’ultimo vaporetto ha qualcosa di sacrale, in quest’isola che testimonia gli antichi splendori, in una pace infinita, in cui gli unici suoni sono quelli della natura: i canti degli uccelli,  il vento, l’acqua.

A Torcello era presente un insediamento sin dai primi secoli dell’Impero Romano, nello stesso periodo in cui fioriva la vicina città di Altino.  Il popolamento dell’isola riprese con vigore nel VII secolo con la realizzazione di alcune opere di bonifica e arginatura (palafitte, terrazzamenti, rassodamenti), che indirizzarono l’abitato verso una struttura urbana. Ed è in questo periodo che risalgono le prime tracce di frutteti e vigneti, nonché di un’officina vetraria.

                                                                                                       Vigna a Torcello

La fondazione della Cattedrale  risale al 639 per volere dell’esarca bizantino di Ravenna che intendeva rafforzare militarmente la zona nei confronti dei Longobardi. L’antica sede vescovile è intitolata all’Assunta, e coincise con il trasferimento della diocesi di Altino sull’isola. Prova di questa continuità è il fatto che i vescovi di Torcello continuarono a definirsi Altinati sino all’XI secolo, secolo in cui venne riedificata la cattedrale, affiancata subito dopo dalla chiesa di Santa Fosca. Fino al Trecento Torcello godette di prestigio economico e sociale, grazie anche all’attività legata alla lavorazione della lana, raggiungendo sembra quasi 50 mila abitanti. Dal XIV secolo l’aria malsana, l’impaludamento,  le epidemie portarono ad un progressivo abbandono dell’isola a nord della laguna.

Santa Fosca  e sulla sinistra facciata de Santa Maria Assunta.

La basilica di Santa Maria Assunta, un tempo sede vescovile, fu ristrutturata nella forma attuale attorno all’anno mille. L’interno è particolarmente suggestivo conservando uno tra i più ricchi cicli musivi dell’ XI -XII secolo, tra cui spicca il catino absidale con la Madonna Odigitria e nella parete occidentale il famoso Giudizio Universale.  Davanti alla Chiesa collegato attraverso il nartece  sono evidenti le fondamenta di un edificio circolare, l’antico Battistero. A lato poco distante svetta il famoso Campanile uno dei punti di riferimento navigando nella piatta laguna e da cui si gode una vista  senza confini.
La chiesa di Santa Fosca, che risale al XII secolo, ha pianta a croce greca co un porticato con colonne di marmo e capitelli che riprende il motivo architettonico dell’interno ci ricorda con il mondo veneziano fosse strettamente legato a quello bizantino.

Poter godere di queste meraviglie al tramonto o la mattina presto quando l’isola è ancora deserta, quando il gioco di luci invita a fissare le immagini sono quelle esperienze sensoriali che ci rendono ricchi.

                                                                                  Interno di Santa Fosca

Un angolo di Parigi a Treviso

In centro a Treviso, a due passi dal Sile e non lontano da Piazza dei Signori, c’è un locale aperto da qualche anno che concede ai suoi avventori l’opportunità di fare un salto a Parigi, anche se talvolta solo per il tempo di un aperitivo…
E’ il Cavastròpoi, un raffinato bistrot dall’aria un po’ bohemienne dove nulla è lasciato al caso: arredamento e decorazioni sono stati studiati e realizzati da Michela pezzo per pezzo, con estrema cura dei dettagli, donando all’ambiente un tocco di originalità tale da renderlo davvero unico.
All’esterno tavolini, panche e sedie trovano posto sotto un porticato lungo il quale sono disposte numerose piante (che a guardarle capisci che non sono lì per caso… ciascuna non poteva essere che di quella specie e collocata proprio in quel punto!) a creare un giardino coperto, rischiarato quando è buio da originali lanterne.

Quando i titolari raccontano che il loro è stato ‘amore a prima vista’ nei confronti di questi luoghi non si fatica a crederci: col tempo li hanno trasformati in una loro creatura, in qualcosa che gli somiglia… il loro stile è chiaramente riconoscibile!
Gianluca e Michela si dividono sapientemente tra bancone e cucina; ogni cosa rivela la loro passione per il vino ed il cibo.
Gianluca, con grande esperienza acquisita in locali di tendenza a Milano, si occupa del ‘beverage’: in primis sceglie, suggerisce e serve i vini ai clienti, ma non solo perché in questa enoteca si possono ordinare anche birre (molto spesso artigianali), succhi e cocktail.
La selezione dei vini cambia spesso; vengono proposte bottiglie provenienti da tutta Italia ma anche dalle più interessanti zone viticole del Mondo. Sono privilegiati prodotti di nicchia, il più possibile naturali se non addirittura biologici, in una ricerca sempre continua…

In cucina Michela (architetto per formazione e sommelier AIS per passione) usa ingredienti di qualità; tante verdure fresche ma anche carne, pesce, uova, spezie ed erbe aromatiche. I suoi piatti sono frutto di sperimentazioni continue, a tutto tondo: metodi di cottura e tecniche di preparazione sempre nuovi sono alla base di creazioni anche molto belle da vedere. Un piacere per gli occhi prima e per il palato poi!
I suoi non sono cicchetti ma veri e propri finger food… squisiti bocconcini che si accompagnano in maniera equilibrata ai vini senza coprirne il sapore, anzi semmai esaltandone le qualità!
Dalla cucina però non escono solo stuzzichini in abbinamento all’aperitivo, ma anche dei piatti sapientemente strutturati, in continua evoluzione e sempre diversi, proprio per differenziarsi dalla massa ed essere sempre un passo avanti (o arrivare comunque per primi) rispetto alle mode che poi verranno!
Ora che Treviso è diventata, da qualche anno, anche una importante meta turistica, tra i frequentatori del locale vi sono anche molti stranieri. Non è un caso, quindi, se il Cavastròpoi è stato inserito nell’edizione francese della guida Routard!
Insomma… competenza, gentilezza e professionalità che mettono voglia di ritornare, di provare altro, di accettare le sfide che vengono lanciate da Gianluca e Michela con le loro proposte ‘MANGIA E BEVI’!
Signore e signori, benvenuti al Cavastròpoi!

                                                                                                  Gianluca e Michela

 

GLORIA

L’arte dell’ARABESCO

Titus Burckhardt è stato il primo europeo a comprendere e diffondere  l’arte islamica. Tutta l’arte prodotta nel mondo islamico fin dalla sue origini ha come peculiarità caratteri ben diversi dall’arte occidentale che per molte versi si concretizza nell’immagine di Cristo e di tutto il pantheon più o meno sacro.

Nell’Islam, dove il Divino non si è mai manifestato in una forma umana, questo tipo di arte non potrà mai essere concepito.

L’arabesco con la sua ripetizione ritmica ha una finalità artistica molto diversa da quella dell’arte figurativa, anzi perfino contraria ad essa, giacché non vuole incatenare lo sguardo né attrarlo verso un mondo immaginario, come accade contemplando lo scorrere delle acque, le spighe mosse dal vento, il cadere dei fiocchi di neve, le fiamme che salgono dal fuoco. Tale contemplazione non produce alcuna idea prestabilita, ma piuttosto uno stato esistenziale che è allo stesso tempo tranquillità e vibrazione intima…..L’arabesco nato dallo sviluppo dei tralci vegetali obbedisce alle leggi del ritmo puro, di qui il suo fluire ininterrotto, le sue farsi opposte, equilibrio dei pieni e dei vuoti….”

Così scrive Burckhardt che spiega perfettamente la logica che sottende a questi preziosismi che ammiriamo nelle moschee e nei palazzi islamici, quest’arte pone l’uomo stesso come luogotenente di Dio stesso.

Si può comprendere il messaggio profondo abbandonandosi ad osservare l’arabesco: si viene catturati  come in vortice magico e le sensazioni, le immagini si liberano nella nostra mente quasi a precipitare in un caleidoscopio gigantesco che ruoti intorno a noi….

 

Campo del Sole – Lago Trasimeno

Luogo da meditazione! Carico di quelle fascinazioni di tutti quei siti magici e sacrali.

E’ un vero e proprio museo all’aperto, una “architettura di sculture”, carica di suggestioni, prodotta in progress, tra il 1985 e il 1989.

 

L’opera è stata progettata da Pietro Cascella in collaborazione con Mauro Berrettini e Cordelia von den Steinen come un luogo del ricordo e di incontro, espressa idealmente dal desco centrale realizzato dall’artista Pietro cascella in pietra serena, una pietra arenaria estratta da cave della zona, così come tutte le altre colonne. Il luogo non è stato scelto casualmente in quanto proprio qui si svolse nel III sec. a.C. la battaglia del Trasimeno nella quale i romani subirono una pesante sconfitta dall’esercito di Annibale.

 

Il complesso, che si trova collocato presso le rive del Trasimeno a fianco del Lido di Tuoro “La Navaccia”, si compone di 27 “colonne-sculture”, disposte intorno ad una tavola centrale, che formano una spirale caudata che può richiamare diverse simbologie. Vennero coinvolti diversi artisti, di varia provenienza geografica, che espressero la loro personale creatività attraverso un unico tema concordato: la Colonna.

Sicuramente il riferimento a Stonehenge è palpabile, il cerchio che si trasforma in spirale con sempre al centro un’ara che rappresenta il sole da cui si dipana un vortice che termine nell’acqua primordiale rappresentata dal lago Trasimeno.

E la magia di questo luogo è così forte che la cosa migliore è proprio quella di abbandonarsi ai propri pensieri e ogni suggestione che brilli nella nostra mente sarà quella esatta: dal labirinto, all’infinitezza del cosmo ….

Sulle orme di Dante: Poppi e il Casentino

Sappiamo che Dante più volte è passato per il Casentino, vallata oggi in provincia di Arezzo che merita almeno qualche giorno di  visita. Vacanze pasquali e ponti primaverili potrebbero essere l’occasione giusta.

Ripercorriamo i passi del sommo poeta provando ad immedesimerci nelle sensazioni che un uomo medievale poteva provare.

La maestosità, la forza dei castelli-fortezza dell’epoca, doveva essere ancora più minacciosa di quello che noi oggi vediamo, e sicuramente faticosa… “tu lascerai ogni cosa diletta…e come è duro calle lo scendere o la salir per l’altrui scale..”.  E in effetti le scale del castello di Poppi dei conti Guidi sono ben ripide se le paragoniamo a quelle delle nostre case. Ma dall’alto si può spaziare su tutta l’alta valle del Casentino e sulla famosa piana di Campaldino dove il cavaliere guelfo Dante, ancor prima di diventare un esule, parteciperà alla famosa battaglia nel 1289 contro gli aretini.

 

Dante tornò a Poppi, da esule: amava questa terra perché vicina alla sua Firenze,  perché il conti Guidi gli diedero sempre ospitalità, perché sperava di poter da lì rientrare nella sua patria. La tradizione vuole che proprio nel castello il poeta componesse il XXXIII canto dell’Inferno.

Il castello, visitabile, è molto suggestivo, all’interno l’importante cappella, affrescata da Taddeo Gaddi, allievo di Giotto, con scene tratte dai Vangeli, realizzati dopo il 1330, di poco posteriori al passaggio dantesco, ricreano l’atmosfera  che godeva la nobiltà medievale.

Il borgo di Poppi, uno tra i più belli d’Italia, sebbene più tardo del castello, ci regala sensazioni di pace e tranquillità che non hanno perso nulla dell’antica magia dei tempi andati.

Un utile consiglio: fermiamoci nel Casentino almeno qualche giorno e procediamo alla scoperta di quel che rimane di altri castelli, torrioni, chiese, spostandoci a piedi: facili sono i sentieri e ben segnati.

Procediamo sulle orme di Dante: nel fondovalle vi sono centri storici cresciuti attraverso alterne vicende, sui pendii montuosi vi sono i ruderi di un centinaio di castelli distrutti soprattutto durante le guerre del ‘400. Il paesaggio è tra i più vari:  pascoli di altura, faggete, boschi di castagni e di querce.

Il turista attento può veramente godere di una vacanza simile all’insegna della natura e della riscoperta storico-culturale.

Museo ABATELLIS – Palermo

Una vera gioia, la Galleria Nazionale della Sicilia, ovvero Museo Abatellis. Splendido palazzo in stile gotico-catalano di fine XV secolo, che ha subito cambiamenti di destinazione d’uso, da residenza privata a monastero e, oggi, dopo i gravi danni subiti durante la seconda Guerra  mondiale, è diventato sede di uno tra i più prestigiosi musei italiani.

L’allestimento del museo è opera di Carlo Scarpa: una lezione insuperabile dell’architetto che si concentra sull’opera d’arte da esporre e nel contempo sull’edificio che lo contiene.

Ecco nella sala delle croci, dipinte da entrambi i lati e per questo poste in mezzo alla stanza, l’arte medievale si sposa al soffitto in cemento che riprende quelli antichi travati e ai sostegni in ferro e cemento  delle croci stesse.

In uno spazio più ridotto l’Annunziata di Antonello da Messina è posta all’interno di un cavalletto “ideale” mentre  a lato si confronta con una preziosa edicola vuota in un gioco di positivo-negativo.

Il Trionfo della morte incernierato da un lato mentre l’altro,  posto su ruote,  può  girare  l’affresco staccato di 90 gradi per permettere facilmente il controllo della salute dell’opera.

E che meraviglia le sale a piano terra dedicata alla statuaria.

La bellissima Eleonora d’Aragona del Laurana, posta su un piedistallo trapeizoidale che rispecchia la stessa forma del busto, si staglia su uno sfondo verde smeraldo di grande suggestione.

E ancora le suggestive Madonne del Gagini così come i capitelli sormontati da colonne ridotte a leggiadri assi di ferro catturano lo sguardo e la fantasia.

Gli esperti che accompagnano, su richiesta, il visitatore, arricchisco ancor di più, se possibile, la fruizione.

L’unica nota negativa, che segnalo, è che il museo non possiede un bookshop: non ci sono i soliti gadget, cartoline, calamite, borse etc. con le effigie delle opere d’arte esposte che, sebbene spesso siano anche terribilmente kitsch, ti permettono di portare a casa un souvenir e, soprattutto non esiste un catalogo della Galleria Nazionale della Sicilia! Pur avendo battuto a tappeto le varie librerie d’arte della città non sono riuscita a trovare un ricordo esauriente dei capolavori ammirati, un ricordo cartaceo di foto e descrizioni.