IL TESORO DI MONZA

Tutto ruota attorno ai tesori della Basilica di San Giovanni dalla sua fondazione ad oggi. Il museo interamente ipogeo è stato voluto dai mecenati Franco Gaiani e la moglie Titti Giansoldati. La realizzazione del nuova sezione, dedicata a Carlo Gaiani che si unisce con quella vecchia voluta da Filippo Serpero è stato realizzata dall’architetto Cini Boeri in collaborazione con Pierluigi Cerri: suggestiva la scala rossa elicoidale e il soppalco da cui, con diverse prospettive, si può godere a pieno la sala del rosone.

L’illuminazione così come i colori d’insieme creano un’atmosfera ovattata che fa risaltare i tesori esposti.

Chioccia con i pulcini

Le opere che testimoniano  oltre 1400 anni di storia dell’arte e dell’evoluzione delle tecniche, sono legate strettamente alla civiltà monzese: ruolo centrale appartiene alla regina Teodolinda che contribuì, come vuole la tradizione, a dare il nome alla città -l’unione tra le parole latine modo e etiam da cui Modoetia  – che indica il luogo dove la regina ebbe l’apparizione della colomba che le imponeva l’immediatezza della realizzazione della prima cappella che accoglierà la sua tomba. Qui fu trovato uno tra i più importanti lavori di oreficeria longobardi, la Chioccia con i pulcini: soggetto considerato simbolo della rinascita e nel contempo l’immagine della vita Chiesa, madre protettrice dei fedeli.

 

 Reliquiario del dente di San Giovanni Battista

Unici sono i dittici eburnei di età tardo imperiale e altri di origine orientale, i reliquiari preziosi, le croci, e ancora la statuaria e gli arazzi: capolavori che dall’epoca romana arrivano fino alla contemporaneità con lavori di Lucio Fontana e Sandro Chia.

Statue in gesso del XVIII secolo e Sant’ Ambrogio e San Carlo Borromeo di Sandro Chia

 

SEGUIRE I PASSI DI HEMINGWAY A L’AVANA

Ci sono tanti modi per scoprire una città e sicuramente, calpestare le orme di qualche personaggio che ha contribuito a fare la Storia, è stuzzicante. L’Avana di Hemingway probabilmente è una città che non esiste più, molte cose sono cambiate dagli anni ’40 ’50, ma i luoghi storici, amati e frequentati dallo scrittore resistono come tanti cimeli. Passeggiando per la città vecchia incontriamo, di recente ristrutturato, l’albergo Ambos Mundos, in cui l’autore, nella camera 511, scrisse il romanzo Per chi suona la Campana. 

Interno dell’albergo Ambos Mundos

Uscendo dall’hotel e percorrendo tutta via Obispo si giunge al Floridita, altra tappa obbligata del mondo di sapori e di suoni di Heminqway.

Il Floridita, locale che vanta la dicitura “la cuna del daiquiri”, uno dei cocktail  preferiti dallo scrittore, che come recita la tradizione cubana, fu creato dal padrone del locale, Costantino Ribalaigua con il contributo, sicuramente nell’assaggio, dello stesso autore.

Continuando la passeggiatala hemingwayana si giunge alla Bodeguita del Medio, altro bar-ristorante, sempre nella città vecchia, frequentato dallo scrittore dove, oggi,  a tutte le ore c’è una ressa di turisti che si affollano per ber un mojito o scattare semplicemente una fotografia, mentre all’interno musicisti cubani si scatenano nei loro ritmi tradizionali.

Interno della Bodeguita del Medio

Spostandosi a pochi chilometri dalla capitale si arriva a Finca Vigia la casa in cui lo scrittore americano visse per vent’anni.
La casa museo è stata mantenuta così come era: al suo interno intatti sono gli arredi, tra cui la vecchia macchina per scrivere, libri, carte, appartenuti allo scrittore, premio Nobel.

La macchina per scrivere di Hemingway

Nel parco della residenza è collocato Pilar, il mitico peschereccio di 12 metri protagonista di tante avventure che poi hanno ispirato racconti e romanzi tra cui il celeberrimo Il Vecchio e il Mare.

Il soggiorno di Finca Vigia

 

 

FEDELE FINO A DOPO LA MORTE

Anche per chi ha un rapporto stretto con gli animali e in particolare con i cani è difficile comprendere l’amore incondizionato ed assoluto che questi hanno nei confronti dei loro padroni.

Sappiamo quanto la perdita del nostro compagno fedele sia dolorosa ma anche il contrario è parimenti vero.

Ecco la storia di Rinti, il cane che quando perse la sua padrona, Jeannette Ryder, filantropa americana, fondatrice a Cuba del Bando de Piedad,  dopo aver assistito alla funzione funebre ed averla accompagnata fino al camposanto, si fermò, com’era sua abitudine, ai suoi piedi.

I parenti lo riportano a casa ma Rinti attraversava tutta l’immensa città dell’ Habana fino a raggiungere il cimitero Colòn ed accucciarsi ai piedi della tomba di Jeannette, una due tre volte, cercarono di riprenderlo ma lui niente, si lasciò andare, non riuscì più a mangiare fino alla morte che avvenne accanto alla tomba della sua padrona.

Ora Rinti riposa ai piedi dell’amica.

Santa Anastasia una perla a Verona

L’impatto visivo che si gode entrando nella chiesa di Santa Anastasia, a Verona, è sorprendende,  perché inaspettato. Vedendo la facciata austera non ci si può immaginare l’armonia d’insieme data dal perfetto equilibrio delle forme e dei colori. Affreschi, sculture, decori etc., fatti nel corso dei secoli, rientrano in un unicum assoluto.

Santa Anastasia -interno

Un unicum che è formato da veri e propri gioielli d’arte.

Il monumento a Cortesia Serego, molto interessante per la commistione tra pittura e scultura è costituito da un nucleo centrale in cui spicca la figura di Cortesia a cavallo con l’armatura che tiene in mano il bastone del comando. Il cavallo è posto sopra un sarcofago, che è sempre rimasto vuoto, e porta sette nicchie. La parte scolpita del cenotafio rappresenta due soldati che scostano una pesante tenda lapidea e in segno di rispetto si tolgono il cappello. Sopra la tenda si legge l’arma della casata Serego. Probabilmente il monumento fu scolpito da un artista toscano e dipinto dal veneto, Michele Giambono.

Monumento a Cortesia Serego

San Giorgio e la principessa, capolavoro di Pisanello, cattura non solo per la bellezza dei ritratti del santo che  sta salendo a cavallo per andare a sconfiggere il drago e della principessa, di profilo superbamente vestita, ma anche per i particolari, dai soldati con le armature allo skyline della città, fino ai due uomini impiccati sullo sfondo.

Uniche della chiesa sono le due acquasantiere a fianco delle prime colonne, sostenute da due gobbi baffuti, il primo con le mani posate sulle ginocchia ed il secondo con una mano posata sulla testa in una posa che esprime preoccupazione.

Acquasantiera di Paolo Orefice

Il pavimento è di tre colori: il bianco ed il nero ricordano la veste dei frati domenicani, il rosso è il simbolicamente riferito a san Pietro da Verona martire.

Particolare del pavimento

ISOLE IONIE TRA MITOLOGIA E REALTA’

“Né più mai toccherò le sacre sponde
dove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque…”
(U. Foscolo, ‘A Zacinto’)

 

A caccia di uno scampolo d’estate, quando qui ormai il tempo aveva portato piogge ed un brusco abbassamento delle temperature, l’ultima settimana di settembre sono letteralmente fuggita nelle isole greche del Mar Ionio, l’antico Eptaneso.
La vacanza è stata un pretesto, infatti forte era il desiderio di trascorrere qualche giorno in barca a vela, contesto al quale (come ho già avuto modo di scrivere) mi rivolgo appena possibile per vivere le mie giornate tra cielo e mare, seguendo semplicemente i ritmi scanditi dall’alternanza di luce e buio, di giorno e notte, assecondando ciò che il meteo ci riserva.
Ma questa volta il mio viaggio ha assunto un significato che non mi aspettavo… Senza averlo messo in conto prima, ben presto ho compreso che stavo navigando in luoghi importanti, senza dubbio famosi, dei quali ciascuno di noi ha avuto modo di sentire narrare ai tempi della scuola. E questo mi ha fatto sentire in qualche modo ancor più fortunata…
Imbarcate a Lefkàda io e le mie compagne di viaggio, al momento del briefing col nostro skipper Andreas, abbiamo manifestato il desiderio di arrivare fino all’isola posta più a sud, Zacinto tanto amata dal poeta Ugo Foscolo.
Il tempo a disposizione non era molto, le miglia da percorrere invece parecchie, perciò la nostra discesa verso sud è iniziata toccando prima le isole di Meganisi e Atokos per arrivare poi a Itaca: lì, attraccati lungo la banchina proprio dietro la statua dedicata ad Ulisse, come potevo non tornare con la mente all’Odissea?

Odisseo ad Itaca

Non solo il balzo indietro ai tempi del liceo è stato immediato ma, passo dopo passo vagabondando senza meta su quella terra, ho realizzato di trovarmi negli stessi luoghi mitologici sapientemente descritti da Omero: mi è presa una strana sensazione, mi sembrava in qualche modo di essere io stessa parte della leggenda…
Ma non era finita lì: da Itaca siamo salpati alla volta di Cefalonia e qui la mitologia ha lasciato il posto alla storia, al ricordo dell’eccidio che in quest’isola si è consumato da parte dei tedeschi nei confronti di soldati italiani durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il giorno seguente una lunga traversata ci ha portate finalmente a Zacinto! Abbiamo attraccato a nord-est dell’isola e quei luoghi ancora incontaminati e poco sfruttati dal turismo hanno saputo ripagarci delle fatiche del viaggio: eravamo finalmente giunte nell’isola tanto cara al Foscolo. Impossibile non ricordare il famoso sonetto composto dal poeta durante il suo esilio in terra straniera che, magari forzatamente, i nostri insegnanti ci hanno fatto studiare a scuola!

Zacinto

Da lì è poi iniziato il rientro; la vacanza volgeva al termine e bisognava tornare verso nord fino al punto di partenza.
I bagni di sole e le nuotate in quelle acque ancora tiepide nonostante la stagione avanzata hanno avuto un sapore diverso… questo non è stato un viaggio fine a sé stesso, stavolta mi sono ritrovata in qualche modo catapultata nella storia, anzi nella leggenda! Una sensazione strana ma assolutamente piacevole, il cui ricordo mi accompagnerà ancora a lungo quando ripenserò a quelle giornate di fine estate.

GLORIA

Tirana

E’ una delle capitali europee maggiormente in evoluzione: se solo si guardono le foto della città di qualche anno fa, quasi non si riconoscono i luoghi. La sola piazza Skanderbeg, 40.000 metri quadri, cambia di anno in anno…

Particolare della statua equestre di Skanderbeg

Tirana festeggerà fra tre anni il suo primo centenario come capitale ed evidentemente si sta preparando al meglio per questo evento.

Sebbene  abbia origini antiche, già romane,  la città appare moderna, con qualche bel palazzo del secolo scorso, come quelli edificati durante il ventennio di dominazione fascista e quelli costruiti sotto la dittatura di Oxha, i quali si affiancano a qualche costruzione più antica come la moschea Ethem Bey con cui convivono armoniosamente.

Particolare della ex mausoleo di Hoxha

E poi i nuovi palazzi, grattacieli che si stagliano attorno alla grande piazza dando vita a un  movimentato skyline.

La nuova moschea in costruzione

La città è una città giovane, molti sono i locali aperti, particolarmente suggestivi quelli realizzati nel block, il vecchio quartiere del politburo comunista.

In una ventina d’anni il vecchio mondo sembra sia stato completamente cancellato, la voglia di recuperare libertà e ricchezza è palpabile e le opportunità lavorative ci sono.

MONTAGNE PER L’ETERNITA’

Mi piace osservare il profilo delle montagne soprattutto quando le luci sono smorzate o quando si preannuncia un cambiamento improvviso del tempo.

Mi piace osservare la loro silhouette:  ho quasi la sensazione che all’interno di questi massicci rocciosi ci sia vita, una vita eterna, imprigionata nella roccia.

Sicuramente queste immagini mi appartengono fin da piccola, quando leggevo le Fiabe e Leggende delle Dolomiti della Pina Ballario. E così per me il Sorapìs è sempre stato un sovrano,  troppo buono con la figlia Misurina, capricciosa e cattiva…E così il Cristallo, le torri del Vaiolet o la Croda Rossa …per me sono sempre state personificazione rocciose…

Quando si cammina in montagna ogni cima, ogni cengia e  forcella ha un nome e una storia: la percezione è quella di una vita propria interiore di queste rocce che soprattutto, in certi momenti della giornata, sembra quasi debbano improvvisamente muoversi e parlarci…

Ma se si è in grado di ascoltare i silenzi si può imparare molto…

Campanile di Val Montanaia

Buone Regole in Montagna

La montagna con questi caldi è stata presa d’assalto da orde di turisti che hanno scoperto questo paradiso fresco, sereno e dilettevole.

Ma non ci si può improvvisare montanari o anche solo turisti della montagna senza rispettare alcune regole che per chi è storico nella frequenza, sono del tutto scontate e fanno parte del bon ton montano.

Per prima cosa quando ci si incrocia su un sentiero è norma augurare il buon giorno a qualsiasi persona o per lo meno fare un gesto con la mano, se proprio si ha il fiatone…

La montagna gode di un equilibrio precario, tutto è sensibile, bastano piogge più forti per provocare frane. Il turista perciò deve avere il massimo rispetto per il luogo: quando si cammina su sentieri un po’ scoscesi far attenzione a non provocare cadute di sassi, non raccogliere fiori o piante, che sono tutte protette,  non urlare o schiamazzare senza un motivo grave.

La montagna ha bisogno anche del silenzio, percorriamo sentieri che sono stati costruiti dall’uomo ma che devono cercare di rispettare chi in quell’habitat vive e soprattutto gli animali… più si sta in silenzio e più si ha  l’opportunità di imbattersi in qualche camoscio.

Non dimentichiamoci poi, che prima di intraprendere una passeggiata bisogna sempre controllare il meteo che in montagna è particolarmente variabile, e ovvio, l’abbigliamento dev’essere adatto: pedule o scarponi tecnici, a seconda del grado di difficoltà dei sentieri, giacca a vento, pile e mantella per la pioggia, borraccia d’acqua.

E buona gita!

Vigneron de Provence

Di ritorno da una breve gita in alta Provenza, a riempirci gli occhi con le distese blu-viola delle coltivazioni di lavanda e ad inebriarci col profumo che ne permeava l’aria, abbiamo deciso di puntare a sud verso la costa mediterranea passando da Aix-en-Provence.
La comune passione per il vino, infatti, ci aveva persuase a programmare la visita ad una cantina per non lasciarci sfuggire l’occasione di confrontarci direttamente con una realtà vinicola di una terra così famosa nel mondo intero. E cosa si poteva prestare meglio della Routes des vins de Provence?
Alessia, incaricata di selezionare tra tante l’azienda alla quale fare visita, ci ha condotte fino a Trets alla cantina Mas de Cadenet di proprietà della famiglia Négrel da oltre duecento anni: scelta che si è rivelata azzeccatissima!

Matthieu Negrel

 

Lasciata la strada principale ci siamo ritrovate all’interno del domaine, circondate da vigneti: lunghi, ordinati, filari di vigne verdi e rigogliose, più basse di quelle che siamo abituati a vedere nel nostro territorio, che spiccavano nitidamente contro il cielo terso di quella splendida giornata di sole.
Quando siamo arrivate in cantina non mancava molto a mezzogiorno e all’ora di chiusura, ma Matthieu Négrel non si è risparmiato e ci ha sapientemente ed appassionatamente guidate in una interessante degustazione, attraverso vitigni autoctoni, natura dei terreni e filosofia di produzione dell’azienda di famiglia.

la vigna

 

Un unico appezzamento di circa 50 ettari posto ai piedi del monte Sainte Victoire, sopra un altopiano a 250 metri sul livello del mare, contraddistinto dalla presenza di suoli differenti a seconda della zona e costituiti da ghiaia, argilla e sabbia, sui quali crescono vigne talora anche molto vecchie.
Le varietà coltivate sono quelle tipiche della zona: rolle, ugni blanc, syrah, grenache, cinsault e cabernet sauvignon, che vengono lavorate secondo le regole dell’agricoltura biologica nel pieno rispetto della natura perché solo così (è la filosofia aziendale) possono esprimere appieno la mineralità e gli aromi tipici di questi terreni. I vini prodotti da questi vignerons sono per scelta soprattutto rosé ma vi sono anche rossi e bianchi.
Essi sono piacevolissimi all’assaggio, anche così di mattina e senza accompagnarli al cibo: una mineralità importante a sottolineare l’ingresso in bocca ma poi, dopo la deglutizione, una prorompente e accattivante freschezza a rendere molto persistente il sorso. I rossi presentano un tannino mai ruvido e che, se inizialmente può sembrare ancora giovane e vivace, piano piano diventa piacevolmente setoso ed avvolgente. Che dire…vini assolutamente gradevoli e di ottima beva, che ben si prestano ad accompagnare pranzi leggeri ma anche in abbinamento a piatti strutturati ed ‘impegnativi’!
Infatti sono tre le principali linee di produzione (cuvée, alla francese) dell’azienda, caratterizzate da prodotti eterogenei che derivano da suoli, esposizioni, vigne, epoche di raccolta delle uve e lavorazioni in cantina differenti: Arbaude, Mas de Cadenet e Mas Negrel Cadenet.

selezione di vini Mas De Cadenet

 

Arbaude offre vini ottenuti da uve coltivate in una porzione omogenea di cinque ettari di vigneto; l’impiego del solo acciaio in vinificazione fa risaltare intense e fresche note fruttate.
Mas de Cadenet rappresenta la produzione principale dell’azienda: i vini sono giovani, ottenuti da uve raccolte mature e lavorate solamente in acciaio, così da esaltare la freschezza, gli aromi fruttati e le sfumature sapido-minerali tipiche della zona.
La linea Mas Negrel Cadenet costituisce invece il fiore all’occhiello della famiglia: le uve impiegate provengono da una selezione di vecchie vigne (dai trentacinque agli ottanta anni di età) ed i mosti ottenuti vengono sottoposti a lavorazioni complesse e a lunghi affinamenti in botti di rovere prima di procedere con gli assemblaggi, così da far acquisire loro delicate e preziose sfumature speziate dolci; vini complessi, ricchi di profumi, seducenti nel gusto e destinati a lungo invecchiamento… che possono essere tranquillamente ‘dimenticati’ qualche anno in cantina, rosè, bianchi o rossi che siano!
Naturalmente tutte noi abbiamo voluto portarci a casa, come dei souvenirs, alcune bottiglie dei preziosi nettari assaggiati quella mattina in compagnia di Matthieu. Saranno piacevolmente degustati, presto o tardi, e sicuramente chiudendo gli occhi ci sembrerà di tornare in Provenza e con noi lo faranno anche i nostri ospiti, senza nemmeno saperlo…

Gloria

Montagna o la ami o a odi

Credo non ci possano essere mezze misure di fronte alla grandezza delle montagne: o ne sei completamente ammaliato o al contrario rimani indifferente e di conseguenza estraneo.

La montagna significa prima di tutto sacrificio, fatica, solitudine….poi tutto questo si trasforma in conquista, benessere, ricchezza…..in un’unica parola felicità.

                                            Forcella Staunies – gruppo del Cristallo – Dolomiti

Conquistare una vetta, per strada normale, per via ferrata o per scalata, non importa come, dà una sensazione indescrivibile….è l’arrivare in alto!

Una metafora che si rispecchia nella vita poi di tutti i giorni, con il lavoro, con le relazioni sociali etc.

Il camminare in montagna implica fatica così come le attività di coltura strettamente legate all’orografia montana, il lavoro della terra è sempre duro ma se fatto in montagna è durissimo. Però poi le soddisfazioni sono molte.

Il vero montanaro ha un enorme rispetto della natura perché sa che se violentata questa prima o poi si vendica.

Ho sempre amato la montagna, non solo quella delle grandi imprese, ma anche quella più nascosta ed intima, quella dei boschi solitari dove si respira a pieni polmoni natura, delle malghe verdi  e dei cieli così vicini: in questi luoghi mi sento parte integrante dell’ universo.

                                                            Malga Nemes – Sesto – Alto Adige