Vigneron de Provence

Di ritorno da una breve gita in alta Provenza, a riempirci gli occhi con le distese blu-viola delle coltivazioni di lavanda e ad inebriarci col profumo che ne permeava l’aria, abbiamo deciso di puntare a sud verso la costa mediterranea passando da Aix-en-Provence.
La comune passione per il vino, infatti, ci aveva persuase a programmare la visita ad una cantina per non lasciarci sfuggire l’occasione di confrontarci direttamente con una realtà vinicola di una terra così famosa nel mondo intero. E cosa si poteva prestare meglio della Routes des vins de Provence?
Alessia, incaricata di selezionare tra tante l’azienda alla quale fare visita, ci ha condotte fino a Trets alla cantina Mas de Cadenet di proprietà della famiglia Négrel da oltre duecento anni: scelta che si è rivelata azzeccatissima!

Matthieu Negrel

 

Lasciata la strada principale ci siamo ritrovate all’interno del domaine, circondate da vigneti: lunghi, ordinati, filari di vigne verdi e rigogliose, più basse di quelle che siamo abituati a vedere nel nostro territorio, che spiccavano nitidamente contro il cielo terso di quella splendida giornata di sole.
Quando siamo arrivate in cantina non mancava molto a mezzogiorno e all’ora di chiusura, ma Matthieu Négrel non si è risparmiato e ci ha sapientemente ed appassionatamente guidate in una interessante degustazione, attraverso vitigni autoctoni, natura dei terreni e filosofia di produzione dell’azienda di famiglia.

la vigna

 

Un unico appezzamento di circa 50 ettari posto ai piedi del monte Sainte Victoire, sopra un altopiano a 250 metri sul livello del mare, contraddistinto dalla presenza di suoli differenti a seconda della zona e costituiti da ghiaia, argilla e sabbia, sui quali crescono vigne talora anche molto vecchie.
Le varietà coltivate sono quelle tipiche della zona: rolle, ugni blanc, syrah, grenache, cinsault e cabernet sauvignon, che vengono lavorate secondo le regole dell’agricoltura biologica nel pieno rispetto della natura perché solo così (è la filosofia aziendale) possono esprimere appieno la mineralità e gli aromi tipici di questi terreni. I vini prodotti da questi vignerons sono per scelta soprattutto rosé ma vi sono anche rossi e bianchi.
Essi sono piacevolissimi all’assaggio, anche così di mattina e senza accompagnarli al cibo: una mineralità importante a sottolineare l’ingresso in bocca ma poi, dopo la deglutizione, una prorompente e accattivante freschezza a rendere molto persistente il sorso. I rossi presentano un tannino mai ruvido e che, se inizialmente può sembrare ancora giovane e vivace, piano piano diventa piacevolmente setoso ed avvolgente. Che dire…vini assolutamente gradevoli e di ottima beva, che ben si prestano ad accompagnare pranzi leggeri ma anche in abbinamento a piatti strutturati ed ‘impegnativi’!
Infatti sono tre le principali linee di produzione (cuvée, alla francese) dell’azienda, caratterizzate da prodotti eterogenei che derivano da suoli, esposizioni, vigne, epoche di raccolta delle uve e lavorazioni in cantina differenti: Arbaude, Mas de Cadenet e Mas Negrel Cadenet.

selezione di vini Mas De Cadenet

 

Arbaude offre vini ottenuti da uve coltivate in una porzione omogenea di cinque ettari di vigneto; l’impiego del solo acciaio in vinificazione fa risaltare intense e fresche note fruttate.
Mas de Cadenet rappresenta la produzione principale dell’azienda: i vini sono giovani, ottenuti da uve raccolte mature e lavorate solamente in acciaio, così da esaltare la freschezza, gli aromi fruttati e le sfumature sapido-minerali tipiche della zona.
La linea Mas Negrel Cadenet costituisce invece il fiore all’occhiello della famiglia: le uve impiegate provengono da una selezione di vecchie vigne (dai trentacinque agli ottanta anni di età) ed i mosti ottenuti vengono sottoposti a lavorazioni complesse e a lunghi affinamenti in botti di rovere prima di procedere con gli assemblaggi, così da far acquisire loro delicate e preziose sfumature speziate dolci; vini complessi, ricchi di profumi, seducenti nel gusto e destinati a lungo invecchiamento… che possono essere tranquillamente ‘dimenticati’ qualche anno in cantina, rosè, bianchi o rossi che siano!
Naturalmente tutte noi abbiamo voluto portarci a casa, come dei souvenirs, alcune bottiglie dei preziosi nettari assaggiati quella mattina in compagnia di Matthieu. Saranno piacevolmente degustati, presto o tardi, e sicuramente chiudendo gli occhi ci sembrerà di tornare in Provenza e con noi lo faranno anche i nostri ospiti, senza nemmeno saperlo…

Gloria

LACOSTE, DE SADE, CARDIN

Cosa hanno in comune Lacoste, il marchese di de Sade e Pierre Cardin?

Un castello!

Il castello che domina il borgo di Lacoste nel Luberon, Alta Provenza che risale all’XI secolo. Un tempo fastoso, oggi è in parte in rovina, ma proprio in questa decadenza sta il suo fascino, una decadenza a testimonianza della storia vissuta.

Negli anni settanta del Settecento vi abitò de Sade che fuggiva alla giustizia. Però anche nel tranquillo borgo di Lacoste, che aveva ormai dimenticato le violente e sanguinose lotte religiose di due secoli prima, il comportamento libertino del marchese-poeta fu poco tollerato e dopo sette anni, la sua nuova prigionia alla Bastiglia, fu un sollievo per gli abitanti.

Lo stesso castello è ora di proprietà di Pierre Cardin, il quale oltre ad aver finanziato il recupero, sponsorizza il festival di musica e teatro di Lacoste che si svolge nelle cave del castello a fine luglio. Nel giardino superiore del castello, da cui si domina tutta la valle, le colline e i monti circostanti, sono state collocate delle sculture, che omaggiano il genio ribelle di de Sade, di Alexandre Bourganov che le ha donate allo stilista Cardin, la nuova anima spirituale del borgo.

                                                               Scultura di Alexandre Bourganov

Lacoste è anche sede della Scuola di Belle Arti voluta da Bernard Pfriem, pittore franco-americano, che come tanti altri artisti, Man Ray, Cartier-Bresson, Max Ernst, tanto per citarne alcuni, ha trovato un luogo ideale per un soggiorno e per trarne nuove ispirazioni.

Passeggiando per le viuzze suggestive dove, piante di fiori spuntano naturalmente dalle antiche pietre, si ammirano botteghe d’arte e di artigianato artistico, ragazzi che parlano in inglese, turisti curiosi che cercano un’inquadratura per lo scatto di una foto, magari che ricordi l’ambientazione del film “Un’ottima annata” di Ridley Scott.

                                                                                                      Un vicolo di Lacoste

Un paese di pochissime anime (poco più di 400) ma talmente carico di suggestioni storico – artistiche che merita assolutamente una visita.

                 Silhouette del marchese de Sade ad un ingresso del castello

Coste e spinaci di stagione per un souflè

Bietola da costa e spinacio sono due verdure che si trovano fresche durante tutto l’anno, se coltivate a terra si raccolgono da giugno ad ottobre, poi subentra, nella stagione fredda, la coltivazione in serra.

Oltre consumarle come semplice contorno appena sbollentato si può preparare un raffinato soufflé di tradizione francese.

Per 6 persone
Ingredienti:
8 uova
150g di bietole
150 g di spinaci
6 foglie di menta
50 g di pinoli
50 g di gruviera
un porro di medie dimensioni
olio extravergine d’oliva
sale
pepe

Tritare il porro con la menta e stufarli in una padella con poco olio. Preparare gli spinaci e le bietole tagliandoli in piccoli pezzi e versarli al porro nella padella. Cuocere per qualche minuti e quindi aggiungere i pinoli, il sale e il pepe. Sbattere i tuorli d’uovo con il formaggio e incorporarli alle verdure. A parte montare gli albumi a neve con un pizzico di sale e unirli al composto. Versare il tutto in una tortiera imburrata di 22 cm di diametro con bordi alti e cuocere in forno ventilato a 180° per 25 minuti.

Cibo di strada: Bretagna

Quando giunsi la prima volta in Bretagna, nella zona di Cancale, battuta dal vento, quello che avvertii in maniera forte, inaspettata, fu un profumo di ostriche unico. E per me, che ho sempre amato questi molluschi, era sentire la migliore eau de toilette. Percorrendo le stradine lungo la costa ci imbattemmo in piccoli chioschi che vendevano ostriche, rigorosamente  piatti da sei o dai suoi multipli. Mangiare le ostriche così, lungo la via, potendo scegliere, osservare come le aprono, sedendosi su una sedia sgangherata e guardando il mare è stata un’esperienza che ho ben impressa nei miei ricordi: fu un assaporare con più sensi, prima il profumo di cui l’aria era pervasa insieme al suono del vento, poi la vista, il tatto e infine il gusto …

Il consumo di cibo per strada consente di mangiare in maniera informale, meno costosa rispetto a ristoranti e trattorie. Secondo recenti stime della FAO , nel mondo quotidianamente  2 miliardi e mezzo di persone si cibano per strada. Lo Street Food non è peculiare solo nei paesi in via di sviluppo per i quali rappresenta una delle possibilità per soddisfare i bisogni alimentari, ma lo si trova in tutti i paesi del mondo, anche quelli come, ad esempio, Francia e Italia, che hanno una consacrata tradizione culinaria.

Quali sono le tipologie del cibo che si consumano per strada? Il finger food, gli snack, che sono legati alla tradizione anglosassone, ma anche tutti quelli della tradizione alimentare mediorientale ed asiatica ma anche quelle delle varie cucine regionali europee.

In Bretagna le occasioni di mangiare cibo di strada sono veramente invitanti: in qualsiasi paesino si può far colazione con le galette di grano saraceno, o con un semplice panino con il loro saporito formaggio, o gustando un piatto di moules (cozze) al roqueford, come abbiamo trovato in un baracchino a Saint-Malo, accompagnando il tutto con una buona birra.

E come aperitivo?  Un bicchiere di sidro.

 

BOLLICINE NOBILI DEL METODO CLASSICO

 

Quando si parla di spumante molto spesso si pensa astrattamente ad un calice di vino (quasi sempre bianco) caratterizzato dalla presenza di bollicine che solleticano il nostro palato.

E non si sbaglia, anche se è facile comprendere che c’è …… spumante e spumante!

Le bollicine più nobili sono quelle degli spumanti ottenuti con metodo classico o méthode champenoise, che la leggenda vuole sia stato scoperto quasi per caso in Francia, nella regione dello Champagne, alla fine del 1600 dall’abate benedettino Dom Perignon.

Ebbene sì, il progenitore delle bollicine di qualità  è proprio il famoso Champagne!

Il metodo classico si tramanda da secoli sempre con la stessa formula: ad un vino fermo si aggiungono zuccheri e lieviti selezionati, viene messo in bottiglie le quali vengono collocate in grandi cataste e lasciate in cantina molto a lungo, dai 18 mesi a parecchi anni. Lentamente i lieviti, attraverso la fermentazione, trasformano lo zucchero in anidride carbonica (le nostre amate bollicine), in alcol e sostanze che in bocca si paleseranno come profumi e sapori alquanto intriganti.

Questa lenta trasformazione consegna alle nostre papille un vino dal perlage raffinato: bollicine fini e numerose solleticano a lungo il nostro palato. Al naso ed in bocca potremo riconoscere profumi floreali (fiori quasi appassiti talvolta) e fruttati (frutta matura, anche tropicale, frutta candita o frutta secca) ma su tutti dominano gli aromi della pasticceria dovuti al nobile, certosino, lavoro dei lieviti: la crosta di pane, le brioches ed i dolci in genere.

Il vino può essere più o meno dolce, a seconda della quantità  di zucchero aggiunta prima della fermentazione: dalla versione “pas dosé” a quella “dolce”, passando tra le altre per “brut” “extra dry” e “dry”; nel corso degli anni il consumo si è spostato soprattutto sulle versioni con basso residuo zuccherino, brut ed extra dry su tutte.

La singolarità  di questo metodo di fermentazione porta alla produzione di migliaia e migliaia di bottiglie, l’una diversa dall’altra: infatti anche se l’assemblaggio di partenza è lo stesso, ogni bottiglia contiene un vino unico… Quando porteremo il nostro calice prima al naso e poi alle labbra non dimentichiamolo: facciamo tesoro delle sensazioni e delle emozioni che ogni sorso ci dona!

Ma non c’è solo lo Champagne. Il nostro bel paese ha molte zone, più o meno famose, vocate alla produzione di spumanti metodo classico: Trentodoc, Oltrepò Pavese, Franciacorta, ma non solo…. In tutte le regioni, da nord a sud, troviamo produzioni di vino con questo metodo.

Se le uve tradizionalmente impiegate per la produzione di questi spumanti sono sempre state chardonnay, pinot nero e pinot bianco, già  da decenni gli orizzonti si sono allargati e vengono impiegati moltissimi altri vitigni, anche a bacca rossa (che possono portare sia a vini rosati che a vini bianchi) oltre che bianca.

E senza andare molto lontano, vi invito a non perdere l’occasione di degustare ottimi vini prodotti in Veneto col metodo classico partendo non solo da chardonnay, pinot bianco e pinot nero, ma anche da glera, incrocio manzoni bianco, durella, trebbiano di Soave e garganega, solo per citarne alcuni.

Un calice di spumante metodo classico, raffinato ed elegante al naso ed in bocca, va sempre bene: come aperitivo o a tutto pasto, soprattutto se accompagna pietanze a base di pesce; in versione dolce potrà  essere abbinato anche al dessert.

Che altro dirvi ora se non CIN CIN?!? A’ la santé!

GLORIA

 

 

 

OMAHA BEACH

6 giugno 1944.

Il giorno che ha visto il sacrificio di migliaia di uomini: uomini che hanno lottato, uomini che sono morti per i principi di libertà e democrazia.

Ancora oggi lungo la costa normanna si possono visitare i resti dei bunker e dei fortini della linea difensiva nazista insieme alle varie spiagge dello sbarco degli alleati.

Pochi giorni dopo lo sbarco si seppellirono, provvisoriamente, i tantissimi morti statunitensi proprio sulla costa a Saint-Laurent-sur-Mer. A guerra terminata le sepolture vennero spostate poco distante a Colleville-sur-Mer: il nuovo cimitero  che raccoglie le spoglie di 9387 soldati morti durante le operazioni dello sbarco in Normandia, comprende anche un  memoriale che onora le vittime del conflitto.

Non tutti però, i soldati americani, morti in Francia, si trovano nel cimitero di Omaha Beach, molte salme, circa 14000, furono rimpatriate per volere delle famiglie.

Come per tutti gli altri cimiteri statunitensi in territorio francese, sia della prima che della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno ottenuto una speciale concessione territoriale permanente e libera da tassazione. Quello su cui è situato il cimitero risulta quindi essere a tutti gli effetti territorio americano.

Omaha Beach che è il nome in codice della spiaggia, dove sbarcarono gli americani, è una tra le più tristemente note per il massacro di uomini ed è luogo diffusamente conosciuto anche per i diversi film ambientati durante le operazioni dello sbarco.

Oggi con un milione di visitatori all’anno, il cimitero statunitense risulta essere il più frequentato da turisti, provenienti da tutto il mondo.

Il 6 giugno 2007 è stato aperto un centro per i visitatori: in una delle sale vengono ripetuti all’infinito i nomi di tutti i soldati sepolti mentre nel contempo si proiettano molte immagini dei vari momenti dello sbarco.

Tutti i presidenti americani, a partire da Carter, si sono recati infatti al cimitero di Omaha Beach, che per gli Stati Uniti, giustamente ha un forte valore simbolico.

Mi sono trovata a camminare con tante altre persone in mezzo a questo mare di croci bianche tutte  uguali. Il silenzio era sovrano, si avvertiva solo il rumore del vento dell’atlantico.

Leggevo  i nomi, leggevo le date di morte, che spesso si ripetono.

Scattavo foto per cercare di fissare in un’immagine quel senso di profonda commozione che provavo senza accorgermi che le lacrime scendevano.

Lacrime silenziose che ringraziano e omaggiano queste esistenze, brutalmente spezzate, che ci hanno regalato l’opportunità di vivere liberamente le nostre vite.

 

 

 

Parigi è sempre Parigi

                                                                                        Aquedotto

Perché non scoprire una Parigi nuova? Una Parigi inconsueta ed inedita, che però si rivela anch’essa piena di fascino e di sorprese, dove gli amanti della fotografia potranno scattare di diverso dalle classiche cartoline e gli appassionati di architettura potranno scoprire dei veri e propri gioielli, dai nuovissimi palazzi de La Defense alle facciate delle case.

                                                                                                              la defense

Il prefetto Haussman, negli anni del Secondo Impero stravolse letteralmente la città, dalle strade alle facciate degli edifici, dal verde alle fognature, ed creò la Parigi che oggi conosciamo. In pochi anni Haussman, ebbe il merito di trasformare la città medievale nella grande capitale europea, carica di attrazione culturali e turistiche che non si può non amare. I boulevard che caratterizzano l’impianto urbanistico nacquero dalla mente militare di Haussman: niente più viottoli medievali ma ampie strade e immense piazze che potessero permettere spostamenti di truppe militare e rendessero più arduo costruire barricate, nella città che più di tutte aveva sofferto rivolte e rivoluzioni.

Passeggiando per i boulevards e le rues di Parigi si scoprono tanti tesori: oltre l’imponenza dello stile del Secondo Impero (1850-1870) ammiriamo la bellezza dell’art nouveau con linee cure, le colonne colorate.

Decori e  statuaria che impreziosiscono le facciate un po’ in tutti gli stili: molti sono mascheroni, cariatidi, figure umane e addirittura veri e propri ritratti, da Dumas a Beethoven.

 

 

                                                     Palais de la Port Dorée

Gli anni del primo dopoguerra furono anni “folli”: si riprese quell’atmosfera della belle époque,  Parigi ritornò ad essere il luogo ideale in cui vivere. La città – capitale edonistica del mondo occidentale – attirava da ogni parte del mondo artisti, scrittori, musicisti e danzatori in cerca di fortuna e di celebrità.

Nel primo dopoguerra la società parigina, diversamente da quella di altre città occidentali, era autenticamente liberale, conservava la sua tradizionale indipendenza intellettuale e credeva nell’arte per l’arte. E anche questo fermento si può apprezzare vagabondando romanticamente per la città, scoprendo dei veri e propri capolavori come il Palais de la Porte Dorée decorato dallo scultore Alfred Janniot con bassorilievi che rappresentano navi negli oceani e una fauna selvatica composta da antilopi, serpenti, elefanti.

E poi i parchi che permettono incantevoli passeggiate  in mezzo alla natura, pur rimanendo in pieno centro.

Un esempio? Il Bois de Vincennes,  parco pubblico sito ad est della città e sebbene sia  ubicato in un comune confinante fa parte del XII arrondissement. I suoi laghetti concedono di rilassarsi con una tranquilla gita in barca a remi in un’ atmosfera di fine Ottocento.

                                                                                  Scorcio bois de Vincennes