Tuffo in epoca imperiale….

Quando sono entrata nel cuore del palazzo di Diocleziano, la parte più antica della città di Spalato, mi sono sentita proiettata all’epoca romana, quella più vera, quella del popolo, quella raccontata e messa all’indice, spesso con sarcasmo, dai grandi poeti antichi.

Una babele linguistica, una quantità di persone, chi in cerca di divertimento, chi i cerca di far affari ,chi, semplicemente,  per un drink estivo.

Nel criptoportico una teoria di file di bancarelle che vendono scontati souvenir, mi ha fatto ricordare i vecchi venditori che affollavano strade e templi antichi con le loro mercanzie, cercando di accalappiare qualche cliente.

Per completare l’atmosfera si aggirano tra le colonne romane bellissimi ragazzi croati, mascherati da soldati imperiali, pronti a farsi fotografare in pose virili con spade e lancie, mentre ragazze con tuniche romane di color pompeiano offrono tour virtuali del palazzo.

Ho ammirato con gioia questa atmosfera fresca di antica Roma, mi sono sentita parte di un set cinematografico, come ha ben definito, con acume, la mia amica compagna di viaggio.

Il Peristilio, la piazza, centro del palazzo di Diocleziano, chiusa da pareti superbe , in un pastiche architettonico unico al mondo, in cui si legge chiaramente il passaggio della storia, vive un’eterna giovinezza: dall’epoca romana tanti piedi l’hanno solcata, tante culture hanno apportato modifiche e giustapposizioni che al primo impatto disorientano…

E per un istante tutto mi è sembrato fermo a quell’epoca antica….e come tutto nella storia dell’uomo si ripete…

Montagna o la ami o a odi

Credo non ci possano essere mezze misure di fronte alla grandezza delle montagne: o ne sei completamente ammaliato o al contrario rimani indifferente e di conseguenza estraneo.

La montagna significa prima di tutto sacrificio, fatica, solitudine….poi tutto questo si trasforma in conquista, benessere, ricchezza…..in un’unica parola felicità.

                                            Forcella Staunies – gruppo del Cristallo – Dolomiti

Conquistare una vetta, per strada normale, per via ferrata o per scalata, non importa come, dà una sensazione indescrivibile….è l’arrivare in alto!

Una metafora che si rispecchia nella vita poi di tutti i giorni, con il lavoro, con le relazioni sociali etc.

Il camminare in montagna implica fatica così come le attività di coltura strettamente legate all’orografia montana, il lavoro della terra è sempre duro ma se fatto in montagna è durissimo. Però poi le soddisfazioni sono molte.

Il vero montanaro ha un enorme rispetto della natura perché sa che se violentata questa prima o poi si vendica.

Ho sempre amato la montagna, non solo quella delle grandi imprese, ma anche quella più nascosta ed intima, quella dei boschi solitari dove si respira a pieni polmoni natura, delle malghe verdi  e dei cieli così vicini: in questi luoghi mi sento parte integrante dell’ universo.

                                                            Malga Nemes – Sesto – Alto Adige

 

 

Azzorre: isola Faial

Ha appena sessant’anni il Capelinhos, il vulcano più giovane dell’isola Faial, che, in appena un anno, è spuntato dalle acque dell’oceano distruggendo la costa vicina con cui poi si e collegato. Il faro, difatti, un tempo attivo sulla costa, ora non più in funzione è arretrato di qualche centinaio di matri. Il paese costiero con i suoi campi e orticelli è andato completamente distrutto.

Camminare sul grande cappello, questa è l’inconfondibile forma del vulcano, è suggestivo: il nero della terra, da cui ogni tanto qualche soffio caldo improvviso arriva dalle fessure, contrasta con il blu cobalto dell’acqua circostante e l’azzurro del cielo. Gli animali, qui sono assenti, gli uccelli rimangono lontani.

                             Foto d’epoca durante la formazione del vulcano

Incredibile che, sempre nella stessa isola in mezzo all’Atlantico, a breve distanza la Caldeira offre un panorama completamente diverso: il grande cratere a circa 1000 metri d’altezza è immerso in una vegetazione lussureggiante. I sentieri che percorrono il cratere per poi scendere fino a lambire il mare, sono ben segnati e  danno l’opportunità di trek in mezzo alla natura incontaminata.

                                                                                                     Caldereira

Man mano che si scende il panorama si trasforma e la vista inizia a spaziare sulle coltivazioni e sui prati destinati a pascolo, divisi tra loro da siepi altissime di ortensie azzurre, esssendo il terreno ovviamente ferroso.

                                                        Ortensie e pascoli, sullo sfondo l’oceano.

Il burro ricavato dai molti allevamenti bovini, una delle attività più importanti dell’intero arcipelago, è leggermente salato, buonissimo, viene servito come antipasto insieme a crostini di pane e accompagnato da formaggio locale.

Horta la città è ricca di attrattive: oltre la famosa baia di Porto Pim, da vedere l’osservatorio del principe Alberto di Monaco, antenato dell’attuale sovrano, grande esperto nel settore oceanografico, che visitò spesso questo arcipelago. E poi il Peter Cafè Sport, considerato il pub più bello dell’Atlantico, ma anche il vero punto di contatto di tutti i marinai e naviganti dell’oceano che quando passano si fermano, bevono un drink e lasciano un biglietto: un semplice saluto ma anche l’indirizzo di dove li potremmo trovare in futuro…

 

UN VIAGGIO, UN LIBRO….

Ho vissuto in casa Bennet, nell’Inghilterra del primo Ottocento, son stata spesso in stanze ammobiliate, fredde e tristi, buttata su un sofà vicino ad un samovar, ho poi lottato contro l’ingiustizia del mondo, ho imparato molto dall’abate Faria….

Potrei dilungarmi fino alla noia…e già, ogni libro è un viaggio, un viaggio unico perché non solo spaziale ma anche temporale. A volte, questi luoghi vissuti, sono riuscita a vederli: ho cercato un confronto, ho ricercato delle emozioni provate durante la lettura…ma non sempre, aihmè, tutto è automatico.

Il più delle volte il viaggio fisico, concreto, riserva nuove sensazioni, che si vanno a giustapporre a quelle che si erano vissute attraverso occhi altrui…Questo si trasforma in un gioco divertente, parallelismi costanti, e nuove impensate scoperte…

Ho viaggiato molto di più con la mente perché i libri danno la possibilità di immergersi completamente in culture diverse, lontane, di centinaia di anni e di centinaia di miglia…

Con i libri ho vissuto “le passate stagioni e la presente e viva” e son volata negli spazi infiniti dell’universo.

LACOSTE, DE SADE, CARDIN

Cosa hanno in comune Lacoste, il marchese di de Sade e Pierre Cardin?

Un castello!

Il castello che domina il borgo di Lacoste nel Luberon, Alta Provenza che risale all’XI secolo. Un tempo fastoso, oggi è in parte in rovina, ma proprio in questa decadenza sta il suo fascino, una decadenza a testimonianza della storia vissuta.

Negli anni settanta del Settecento vi abitò de Sade che fuggiva alla giustizia. Però anche nel tranquillo borgo di Lacoste, che aveva ormai dimenticato le violente e sanguinose lotte religiose di due secoli prima, il comportamento libertino del marchese-poeta fu poco tollerato e dopo sette anni, la sua nuova prigionia alla Bastiglia, fu un sollievo per gli abitanti.

Lo stesso castello è ora di proprietà di Pierre Cardin, il quale oltre ad aver finanziato il recupero, sponsorizza il festival di musica e teatro di Lacoste che si svolge nelle cave del castello a fine luglio. Nel giardino superiore del castello, da cui si domina tutta la valle, le colline e i monti circostanti, sono state collocate delle sculture, che omaggiano il genio ribelle di de Sade, di Alexandre Bourganov che le ha donate allo stilista Cardin, la nuova anima spirituale del borgo.

                                                               Scultura di Alexandre Bourganov

Lacoste è anche sede della Scuola di Belle Arti voluta da Bernard Pfriem, pittore franco-americano, che come tanti altri artisti, Man Ray, Cartier-Bresson, Max Ernst, tanto per citarne alcuni, ha trovato un luogo ideale per un soggiorno e per trarne nuove ispirazioni.

Passeggiando per le viuzze suggestive dove, piante di fiori spuntano naturalmente dalle antiche pietre, si ammirano botteghe d’arte e di artigianato artistico, ragazzi che parlano in inglese, turisti curiosi che cercano un’inquadratura per lo scatto di una foto, magari che ricordi l’ambientazione del film “Un’ottima annata” di Ridley Scott.

                                                                                                      Un vicolo di Lacoste

Un paese di pochissime anime (poco più di 400) ma talmente carico di suggestioni storico – artistiche che merita assolutamente una visita.

                 Silhouette del marchese de Sade ad un ingresso del castello

Prepariamo lo zaino per Santiago di Compostela

Affrontare il cammino con lo zaino corretto è fondamentale, così come sono fondamentali le scarpe.

Regola principale, mai incamminnarsi con un paio di calzature nuove, testarle bene con qualche passeggiata di qualche ora in ambiente collinare/ montano. Vanno bene degli scarponcini da trekking di pesantezza media, comunque la scelta della scarpa è sempre molto soggettiva, c’è chi le preferisce scarpe basse chi con sostegno della caviglia, chi completamente impermeabili chi in materiali traspiranti, etc. Ognuno scelga in base alle proprie esigenze e soprattutto al proprio piede. Il cammino si snoda in un percorso per lo più pianeggiante a parte il tratto dei Pirenei.

Lo zaino dev’esere sempre porporzionato alla statura. Sappiate che per dieci, venti giorni, un mese sarà la vostra casa.

Io che sono di media corporatura, donna, ad esempio, non riesco a portare sulle spalle più di sette chili ed ecco quello che riesco a mettere via.

Un paio di sandali, uno di ciabatte infradito di gomma per poter fare docce, un paio di calze da trekking, due magliette, un pile, una giacca media pesantezza frangivento, un paio di bermuda o qualsiasi altro pantalone di ricambio, una mantella, un asciugamano in microfibra, un berretto o bandana, un pezzo di sapone da bucato, intimo ,non più di due slip e un reggiseno, un sacco a pelo leggero se si intraprende il cammino nei mesi estivi, borraccia, sciampo/bagnoschiuma, spazzolino da denti, crema solar di protezione e una lenitiva, scorta di cerotti, pinzette, forbicine, (e quello che in genere si introduce in beauty case da viaggio).

Ah dimenticavo: un libro!

La magia di Torcello all’alba e al tramonto.

Poter soggiornare una notte a Torcello è un’esperienza unica, considerando che i residenti fissi di quest’isola della Laguna Veneta, sono circa una quindicina.  Passeggiare quando l’orda di turisti giornalieri ha preso l’ultimo vaporetto ha qualcosa di sacrale, in quest’isola che testimonia gli antichi splendori, in una pace infinita, in cui gli unici suoni sono quelli della natura: i canti degli uccelli,  il vento, l’acqua.

A Torcello era presente un insediamento sin dai primi secoli dell’Impero Romano, nello stesso periodo in cui fioriva la vicina città di Altino.  Il popolamento dell’isola riprese con vigore nel VII secolo con la realizzazione di alcune opere di bonifica e arginatura (palafitte, terrazzamenti, rassodamenti), che indirizzarono l’abitato verso una struttura urbana. Ed è in questo periodo che risalgono le prime tracce di frutteti e vigneti, nonché di un’officina vetraria.

                                                                                                       Vigna a Torcello

La fondazione della Cattedrale  risale al 639 per volere dell’esarca bizantino di Ravenna che intendeva rafforzare militarmente la zona nei confronti dei Longobardi. L’antica sede vescovile è intitolata all’Assunta, e coincise con il trasferimento della diocesi di Altino sull’isola. Prova di questa continuità è il fatto che i vescovi di Torcello continuarono a definirsi Altinati sino all’XI secolo, secolo in cui venne riedificata la cattedrale, affiancata subito dopo dalla chiesa di Santa Fosca. Fino al Trecento Torcello godette di prestigio economico e sociale, grazie anche all’attività legata alla lavorazione della lana, raggiungendo sembra quasi 50 mila abitanti. Dal XIV secolo l’aria malsana, l’impaludamento,  le epidemie portarono ad un progressivo abbandono dell’isola a nord della laguna.

Santa Fosca  e sulla sinistra facciata de Santa Maria Assunta.

La basilica di Santa Maria Assunta, un tempo sede vescovile, fu ristrutturata nella forma attuale attorno all’anno mille. L’interno è particolarmente suggestivo conservando uno tra i più ricchi cicli musivi dell’ XI -XII secolo, tra cui spicca il catino absidale con la Madonna Odigitria e nella parete occidentale il famoso Giudizio Universale.  Davanti alla Chiesa collegato attraverso il nartece  sono evidenti le fondamenta di un edificio circolare, l’antico Battistero. A lato poco distante svetta il famoso Campanile uno dei punti di riferimento navigando nella piatta laguna e da cui si gode una vista  senza confini.
La chiesa di Santa Fosca, che risale al XII secolo, ha pianta a croce greca co un porticato con colonne di marmo e capitelli che riprende il motivo architettonico dell’interno ci ricorda con il mondo veneziano fosse strettamente legato a quello bizantino.

Poter godere di queste meraviglie al tramonto o la mattina presto quando l’isola è ancora deserta, quando il gioco di luci invita a fissare le immagini sono quelle esperienze sensoriali che ci rendono ricchi.

                                                                                  Interno di Santa Fosca

TURISMO SPORTIVO

Il turismo sportivo si può dividere in due categorie che rispecchiano per l’appunto gli appassionati dell’attività fisica: chi lo pratica, e chi semplicemente lo segue.

Il turista attivo è colui che viaggia per praticare uno o più sport durante il suo soggiorno mentre il turista  passivo si reca in un determinato luogo, unicamente per assistere a eventi o manifestazioni sportive.

In questo caso le destinazioni sono tantissime e si aprono infinite possibilità di viaggio durante tutto l’arco dell’anno.

Il turismo attivo vede degli amatori che girano il mondo per praticare i loro sport e, non sono solo quelli legati alla montagna e al mare, mete che coincidono spesso con le classiche vacanze estive ed invernali. Ultimamente, alle attività più tradizionali, che vanno dallo sci al windsurf, si allinea un nuovo elenco di attività sportive, meno legate ad un ambiente già per vocazione turistico:  oggi gli sportivi itineranti sono golfisti, cavallerizzi, canoisti e soprattutto, ciclisti e podisti.

Molte persone che si danno alla maratona, pur iniziando questa attività da grandi e con nessuna velleità di partecipare alle olimpiadi, hanno spesso tra i loro obiettivi  la maratona di New York. Cicloamatori di tutte le età, si iscrivano a competizioni importanti come quella della scalata al monte Bondone o a giri ciclistici che si organizzano  un po’ in tutta Europa, tra cui spicca ad esempio, la granfondo di Roma.

E’ un modo nuovo di unire la propria passione sportiva con il viaggio, un viaggio che si trasforma molte volte in una conoscenza del luogo diversa, più sentita, anche se “sudata”…e per questo più personale ed unica.

L’arte dell’ARABESCO

Titus Burckhardt è stato il primo europeo a comprendere e diffondere  l’arte islamica. Tutta l’arte prodotta nel mondo islamico fin dalla sue origini ha come peculiarità caratteri ben diversi dall’arte occidentale che per molte versi si concretizza nell’immagine di Cristo e di tutto il pantheon più o meno sacro.

Nell’Islam, dove il Divino non si è mai manifestato in una forma umana, questo tipo di arte non potrà mai essere concepito.

L’arabesco con la sua ripetizione ritmica ha una finalità artistica molto diversa da quella dell’arte figurativa, anzi perfino contraria ad essa, giacché non vuole incatenare lo sguardo né attrarlo verso un mondo immaginario, come accade contemplando lo scorrere delle acque, le spighe mosse dal vento, il cadere dei fiocchi di neve, le fiamme che salgono dal fuoco. Tale contemplazione non produce alcuna idea prestabilita, ma piuttosto uno stato esistenziale che è allo stesso tempo tranquillità e vibrazione intima…..L’arabesco nato dallo sviluppo dei tralci vegetali obbedisce alle leggi del ritmo puro, di qui il suo fluire ininterrotto, le sue farsi opposte, equilibrio dei pieni e dei vuoti….”

Così scrive Burckhardt che spiega perfettamente la logica che sottende a questi preziosismi che ammiriamo nelle moschee e nei palazzi islamici, quest’arte pone l’uomo stesso come luogotenente di Dio stesso.

Si può comprendere il messaggio profondo abbandonandosi ad osservare l’arabesco: si viene catturati  come in vortice magico e le sensazioni, le immagini si liberano nella nostra mente quasi a precipitare in un caleidoscopio gigantesco che ruoti intorno a noi….

 

Cibo di strada: Bretagna

Quando giunsi la prima volta in Bretagna, nella zona di Cancale, battuta dal vento, quello che avvertii in maniera forte, inaspettata, fu un profumo di ostriche unico. E per me, che ho sempre amato questi molluschi, era sentire la migliore eau de toilette. Percorrendo le stradine lungo la costa ci imbattemmo in piccoli chioschi che vendevano ostriche, rigorosamente  piatti da sei o dai suoi multipli. Mangiare le ostriche così, lungo la via, potendo scegliere, osservare come le aprono, sedendosi su una sedia sgangherata e guardando il mare è stata un’esperienza che ho ben impressa nei miei ricordi: fu un assaporare con più sensi, prima il profumo di cui l’aria era pervasa insieme al suono del vento, poi la vista, il tatto e infine il gusto …

Il consumo di cibo per strada consente di mangiare in maniera informale, meno costosa rispetto a ristoranti e trattorie. Secondo recenti stime della FAO , nel mondo quotidianamente  2 miliardi e mezzo di persone si cibano per strada. Lo Street Food non è peculiare solo nei paesi in via di sviluppo per i quali rappresenta una delle possibilità per soddisfare i bisogni alimentari, ma lo si trova in tutti i paesi del mondo, anche quelli come, ad esempio, Francia e Italia, che hanno una consacrata tradizione culinaria.

Quali sono le tipologie del cibo che si consumano per strada? Il finger food, gli snack, che sono legati alla tradizione anglosassone, ma anche tutti quelli della tradizione alimentare mediorientale ed asiatica ma anche quelle delle varie cucine regionali europee.

In Bretagna le occasioni di mangiare cibo di strada sono veramente invitanti: in qualsiasi paesino si può far colazione con le galette di grano saraceno, o con un semplice panino con il loro saporito formaggio, o gustando un piatto di moules (cozze) al roqueford, come abbiamo trovato in un baracchino a Saint-Malo, accompagnando il tutto con una buona birra.

E come aperitivo?  Un bicchiere di sidro.