FORD HEMP BODY CAR

Il problema dell’inquinamento atmosferico causato dai trasporti è sempre  all’ordine del giorno, basta un periodo con scarsità di piogge, assenza di vento, che le nostre città si trasformano in camere a gas. Nulla comunque è paragonabile all’aria che si respira in alcune metropoli asiatiche o americane…

Il progetto di un’auto non inquinante, costruita non solo con materiale biodegradabile ma, soprattutto di una vettura che sia alimentata da carburante ecologico, esiste da tempo….

Henry Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa sisal e paglia di grano e come fonte energetica etanolo di canapa: era il 1941 quando nasceva la Hemp Body Car.

L’auto più ecologica mai esistita!

Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare “…vetture a prezzi ragionevoli, affidabili ed efficienti…”

Il progetto della “bio-vettura” esaudiva totalmente le volontà di Ford. Già nel 1925  l’obiettivo di Ford era quello di creare un’autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: “Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C’è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C’è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni“.

Ford all’epoca azzardò l’ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l’etanolo come carburante.

Settant’anni fa una autovettura ecologica che non sfruttasse come carburante il petrolio  non era pensabile per motivi di macro-politica finanziaria. Oggi i tempi son ben diversi: imperativo è, tutelare l’ambiente e inquinare il meno possibile.

Ecco perché Il vecchio progetto di Ford, torna prepotentemente alla ribalta.

RECUPERO, UN’ ARTE DA COLTIVARE

Sappiamo quanto sia importante il riciclo, diventato ormai un must nella nostra società.  Larte del recupero, cioè dare nuova vita a oggetti, cose, che cadrebbero nel dimenticatoio o nella spazzatura differenziata è un’attività che si può nei limiti, praticare anche personalmente invece di valersi sempre  dei cicli di lavorazione di riciclaggio industriali.

Prendiamo ad esempio le linguette di latta per aprire le lattine…. Con un pizzico di pratica e creatività si possono trasformare in borse, portaoggetti, collane di sicuro effetto. La leggerezza della latta, legata a fili colorati, ad esempio, è adatta a ricamare motivi fantasiosi su maglioni o abiti impreziosendo e rinnovando qualche capo del vecchio guardaroba.

Un po’ di manualità ed ecco che ci si scopre inaspettati creativi!

FINANZA IN ROSA

I processi mentali di scelta degli investimenti del mondo femminile non sono proprio uguali a quelli dell’uomo. Certo, perché geneticamente le donne sono diverse e anche nel mondo della finanza è doveroso mantenere, anzi, esaltare questa diversità.

L’incontro Azimut in Rosa, che si è tenuto nella prestigiosa sede di Cà Dolfin a Venezia, è stato proprio all’insegna di creare un mondo al femminile anche nella finanza. Come ha sottolineato la dottoressa Maria Cristina Gribaudi, imprenditrice, non è certo gradito il complimento, “donna con gli attributi”.

Le signore, in qualsiasi settore esercitino la loro professione, devono non imitare gli atteggiamenti maschili ma rivendicare il proprio essere donna, pur rimanendo, imprenditrici, libere professioniste, impiegate, o qualsiasi altra cosa.

Risalto si è dato alla formazione del lavoro futuro in rosa, così come alla protezione del patrimonio e della famiglia. Argomenti, tutti molto interessanti che hanno sollecitato la platea, di gran lunga femminile.

L’evento, organizzato da Antonella Panato e Giuseppe Beltramin, manager di Azimut, è stato realizzato in collaborazione con l’università di Cà Foscari ed è stato moderato dal dottor Maurizio Crema, giornalista della pagina economica del Gazzettino.

Repair Café

Momento di crisi, di difficoltà economica per tutti ma in questi ultimi tempi unita ad una maggior consapevolezza di dover proteggere il nostro mondo e di limitarsi ad una produzione illimitata senza controllo.

E’ giunta l’ora di  recuperare, riutilizzare, riciclare….insomma dare una nuova vita ad oggetti che ad una prima vista sarebbero da buttare.

Repair café  è la nuova moda, nata in Olanda: un laboratorio dedicato alla riparazione di oggetti e organizzato a livello locale  tra persone che vivono o frequentano lo stesso posto (un quartiere o un villaggio, per esempio).

Ci si incontra periodicamente in un luogo specifico (ad esempio un bar, una pro loco,  un’associazione locale) dove sono a disposizione strumenti per poter riparare un oggetto. Gli obiettivi di questo approccio alternativo sono diversi: ridurre gli sprechi, preservare l’arte dell’artigiano, dell’aggiustatutto, dare nuova vita agli oggetti di qualsiasi tipo , anche quelli elettronici.

Oltre a tutto questo lo scambio di competenze porta ad unire, a condividere ad allacciare nuove amici, all’insegna del risparmio e della tutela dell’ambiente.

Piante in camera da letto, si può?

Sfatiamo una credenza da sempre sentita: ninete piante in camera da letto. Perché? Di notte, proprio quando noi dormiano, sprigionano anidride carbonica e consumano il nostro ossigeno. Certo è vero, scientificamente provato, fin dalle elementari lo apprendiamo. Però questo si verifica quando un ambiente piccolo viene riempito di  piante, quasi fosse una serra.

Molte sono le sostanze inquinanti che si trovano insospettabilmente all’interno delle nostre case. Tra le sostanze tra le più dannose per la salute ci sono benzene, formaldeide e ammoniaca, che spesso sono presenti senza che nemmeno ce ne accorgiamo, esalate da arredi nuovi, fumi di stufe e candele, detersivi etc.

Esistono varietà botaniche in grado di annientare questo tipo di agenti inquinanti e di rendere la casa più salubre, camera da letto compresa. Le piante purificanti più consigliate, a questo scopo, sono l’edera, la felce, l’aloe vera e l’ orchidea.

L’orchidea, tanto amata da Nero Wolfe, che sembra così delicata, in realtà è una vera e propria forza della natura: assorbe sostanze potenzialmente tossiche presenti nell’aria, come la formaldeide e ripulisce l’ambiente

Quindi le piante offrono un’azione importante di ripulire l’ambiente oltre ad arredare e contribuiscono a migliorare il relax notturno.

 

Riscopriamo i giochi da tavolo

Le vendite dei giochi da tavolo, dove bisogna condividere lo stesso spazio fisico, sono in aumento.

Paradossalmente nell’epoca virtuale dove ci si isola davanti ad un video e ad una console, la controtendenza è quella di condividere insieme l’aspetto ludico. Le ultime cifre parlano di un aumento del 40 per cento dei giochi da tavolo, che non è poco.

Ai vertici delle classifiche ci sono sempre gli intramontabili Monopoli, Risiko, Scarabeo…Ma anche quelli più nuovi riscuotono un enorme successo e meritano di essere sperimentati nei pomeriggi invernali come Nome in Codice, Taboo, Pandemia

Con l’approssimarsi delle feste natalizie, tutti i negozi fanno bella mostra di una serie di interessanti giochi di società che si differenziano per età e per gusti. Non c’è meglio che passare pomeriggi freddi e piovosi con i bambini per tornare piccoli: ecco che un gioco come il Labirinto Magico riesce a coinvolgere l’intera famiglia o, anche se non è proprio da tavolo il Twister. 

Il Gioco della Vita, non solo attrae i più piccoli ma diventa un momento di autoanalisi ludica per i più grandi, quali scelte si sarebbero potuto intraprendere…e poi ancora il magico Pozioni Esplosive che ci proietta nel mondo fantasy sotto la super visione del preside Albus Ludente.

Quello che non solo i piccoli richiedono è il condividere qualche ora tra di loro ma anche con gli adulti, che se si gioca sono ben accetti, ridendo insieme: allora vanno benissimo anche semplici giochi di carte come il dernier o il cadavere squisito di surrealista memoria.

Prepariamo albero e presepio che fa bene alla mente

Ecco un’ottima notizia decorare la casa con gli addobbi natalizi  equivale alla voglia di connetterci col bambino interiore che è in noi.

Questa attività in genere  diretta dalle mamme, con l’aiuto di figli e mariti,  porta ad un recupero  dei ricordi di un passato libero da stress e dalle problematiche della vita adulta. Il Natale è la festa per eccellenza della famiglia, dove ci si ritrova e sebbene ci possano essere tensioni, o dolori, la voglia di decorare la casa porta magicamente a sprofondare in quel lontano passato dove si era felicemente spensierati.

Ancor di più questa attività è significativa se fatta in anticipo, se cerchiamo la statuina nuova per il presepio sulle bancarelle o ancor di più se ci avventuriamo nella creazione degli addobbi più vari, usando tutta la nostra fantasia e abilità.

E se riusciamo a coinvolgere la famiglia nella realizzazione di palline o di fiocchi decorativi, non solo il nostro portafoglio ma anche il benessere aumenta.

Quindi accendiamo le luci di Natale!

MONTAGNE PER L’ETERNITA’

Mi piace osservare il profilo delle montagne soprattutto quando le luci sono smorzate o quando si preannuncia un cambiamento improvviso del tempo.

Mi piace osservare la loro silhouette:  ho quasi la sensazione che all’interno di questi massicci rocciosi ci sia vita, una vita eterna, imprigionata nella roccia.

Sicuramente queste immagini mi appartengono fin da piccola, quando leggevo le Fiabe e Leggende delle Dolomiti della Pina Ballario. E così per me il Sorapìs è sempre stato un sovrano,  troppo buono con la figlia Misurina, capricciosa e cattiva…E così il Cristallo, le torri del Vaiolet o la Croda Rossa …per me sono sempre state personificazione rocciose…

Quando si cammina in montagna ogni cima, ogni cengia e  forcella ha un nome e una storia: la percezione è quella di una vita propria interiore di queste rocce che soprattutto, in certi momenti della giornata, sembra quasi debbano improvvisamente muoversi e parlarci…

Ma se si è in grado di ascoltare i silenzi si può imparare molto…

Campanile di Val Montanaia

Buone Regole in Montagna

La montagna con questi caldi è stata presa d’assalto da orde di turisti che hanno scoperto questo paradiso fresco, sereno e dilettevole.

Ma non ci si può improvvisare montanari o anche solo turisti della montagna senza rispettare alcune regole che per chi è storico nella frequenza, sono del tutto scontate e fanno parte del bon ton montano.

Per prima cosa quando ci si incrocia su un sentiero è norma augurare il buon giorno a qualsiasi persona o per lo meno fare un gesto con la mano, se proprio si ha il fiatone…

La montagna gode di un equilibrio precario, tutto è sensibile, bastano piogge più forti per provocare frane. Il turista perciò deve avere il massimo rispetto per il luogo: quando si cammina su sentieri un po’ scoscesi far attenzione a non provocare cadute di sassi, non raccogliere fiori o piante, che sono tutte protette,  non urlare o schiamazzare senza un motivo grave.

La montagna ha bisogno anche del silenzio, percorriamo sentieri che sono stati costruiti dall’uomo ma che devono cercare di rispettare chi in quell’habitat vive e soprattutto gli animali… più si sta in silenzio e più si ha  l’opportunità di imbattersi in qualche camoscio.

Non dimentichiamoci poi, che prima di intraprendere una passeggiata bisogna sempre controllare il meteo che in montagna è particolarmente variabile, e ovvio, l’abbigliamento dev’essere adatto: pedule o scarponi tecnici, a seconda del grado di difficoltà dei sentieri, giacca a vento, pile e mantella per la pioggia, borraccia d’acqua.

E buona gita!

VIAGGIO NELLA STORIA DELLA FOTOGRAFIA

La fotografia non è solo disegnare con la luce. La fotografia è molto di più: è arte, documento, informazione, denuncia, passione e pensiero; un mondo dove realtà e finzione si uniscono a emozione e studio.

E’ il 1826 quando Joseph Nicéphore Niépce realizza la prima fotografia: si tratta della ripresa di un paesaggio che impressionò una lastra dopo un’esposizione di otto ore. Ma non è questa la data ufficiale della nascita della fotografia, bensì il 7 gennaio 1839 quando all’Accademia di Parigi venne presentata l’invenzione di Louis Mandé Daguerre, che da lui prese il nome: la dagherrotipia.

Quasi contemporaneamente Henry Fox Talbot, inventore della talbotipia o calotipo, realizza il primo negativo presentandolo, a fine gennaio del 1839, all’Accademia nazionale inglese delle scienze.

La fotografia si evolve velocemente, nel 1861 arriva la fotografia a colori, dieci anni dopo la prima pellicola fotografica moderna e nel 1888, la Kodak lancia sul mercato il Box Kodak con il celebre slogan “You press the button, we do the rest” che prometteva una semplificazione fino allora insperata per il grande pubblico.

Con “the rest”, infatti, si intendevano tutte le lavorazioni decisamente complesse di trattamento della pellicola e stampa delle copie: l’apparecchio era caricato con pellicola flessibile sufficiente per cento pose circolari.

Poco prima della Grande Guerra, la Laica I che non ha precedenti per compattezza, si potrà utilizzare a mano libera, senza l’ausilio di cavalletto.

A stravolgere il mercato, dominato fino ad allora, dalle tedesche Zeiss, Leitz e Agfa arriva la giapponese Nikon con la Nikon F , la reflex per eccellenza, primo sistema fotografico professionale, caratterizzato da ottiche (Nikkor), mirini intercambiabili e motore elettrico per il trascinamento della pellicola, con un costo minore e un numero maggiore di ottiche e accessori.

1969: nasce il CCD composto da una superfice di 100×100 pixel, è l’alba della fotografia digitale, nel 1974 Steve Sasson della Kodak realizza il primo prototipo di fotocamera digitale.

La Sony nello stesso periodo presenta la Mavica, una reflex che utilizzava un floppy come supporto di memorizzazione principale. Era la prima volta che le immagini venivano registrate su un supporto digitale mobile invece che su una normale pellicola, da qui la società giapponese Toshiba inventa la scheda flash memory e nel 1985 la Minolta presenta la 7000, la reflex autofocus che, dotata di autofocus integrato e di avanzamento della pellicola motorizzato risveglierà il mercato fotogrfico che dopo l’ uscita della Nikon F era rimasto in una situazione di stallo.

La software house statunitense Adobe Systems Incorporated, fondata nel 1982, presenta Photoshop, il primo software professionale per la gestione dell’immagine, destinato a scrivere un altro importante capitolo della storia della fotografia, quello della post-produzione.
Nel 2000, le fotocamere digitali vendute erano 10 milioni. Nel 2010 oltre 140 milioni.
In questo periodo aziende storiche produttrici di pellicole crollano (su tutte Polaroid).
I produttori giapponesi ormai sono padroni del mercato e si fronteggiano a colpi di innovazione tecnologica ma iniziano a emergere gli “elettronici”, ovvero quelle realtà che non nascono come produttori di apparecchi fotografici ma che, considerate le enormi potenzialità del mercato foto, entrano con decisione in esso (Panasonic, nel 2001, con il marchio Lumix che utilizzerà obiettivi Leica; ma anche Sony, che già nel 1996 propose le Cyber-shot, e la coreana Samsung, nata nel 1938).

La finlandese Nokia, intanto, nel 2002 annuncia il 7650, il primo cellulare dotato di fotocamera integrata: è l’alba degli smartphone.
La sfrenata corsa al pixel, alla caratteristica tecnologica più avanzata, alla fruizione alternativa del prodotto “fotocamera”, alle quasi infinite possibilità di ritocco on camera, non hanno però modificato il senso della fotografia che era, è e sarà sempre il modo di raccontare con immagini la realtà già esistente, la post produzione permette di creare delle immagini surreali (in questo modo la fotografia si avvicina maggiormente alla pittura).

Ma al di là di tutto e di ciò che la fotografia può, è determinante che chi fotografa, a prescindere dallo strumento utilizzato, abbia ben chiaro cosa voglia comunicare. Fare cento scatti pensando di cogliere il momento che si vuole immortalare è molto diverso che farne uno solo, esattamente in quel momento che si vuole bloccare, per l’eternità.

E’ per questo, che per fare una buona fotografia non basta avere una fotocamera, seppur altamente evoluta e capace di scattare quasi da sola. Bisogna avere chiaro che lo strumento non sostituisce il cuore, l’anima, il progetto del fotografo.

Testo e foto di Andrea Margarita