IL TESORO DI MONZA

Tutto ruota attorno ai tesori della Basilica di San Giovanni dalla sua fondazione ad oggi. Il museo interamente ipogeo è stato voluto dai mecenati Franco Gaiani e la moglie Titti Giansoldati. La realizzazione del nuova sezione, dedicata a Carlo Gaiani che si unisce con quella vecchia voluta da Filippo Serpero è stato realizzata dall’architetto Cini Boeri in collaborazione con Pierluigi Cerri: suggestiva la scala rossa elicoidale e il soppalco da cui, con diverse prospettive, si può godere a pieno la sala del rosone.

L’illuminazione così come i colori d’insieme creano un’atmosfera ovattata che fa risaltare i tesori esposti.

Chioccia con i pulcini

Le opere che testimoniano  oltre 1400 anni di storia dell’arte e dell’evoluzione delle tecniche, sono legate strettamente alla civiltà monzese: ruolo centrale appartiene alla regina Teodolinda che contribuì, come vuole la tradizione, a dare il nome alla città -l’unione tra le parole latine modo e etiam da cui Modoetia  – che indica il luogo dove la regina ebbe l’apparizione della colomba che le imponeva l’immediatezza della realizzazione della prima cappella che accoglierà la sua tomba. Qui fu trovato uno tra i più importanti lavori di oreficeria longobardi, la Chioccia con i pulcini: soggetto considerato simbolo della rinascita e nel contempo l’immagine della vita Chiesa, madre protettrice dei fedeli.

 

 Reliquiario del dente di San Giovanni Battista

Unici sono i dittici eburnei di età tardo imperiale e altri di origine orientale, i reliquiari preziosi, le croci, e ancora la statuaria e gli arazzi: capolavori che dall’epoca romana arrivano fino alla contemporaneità con lavori di Lucio Fontana e Sandro Chia.

Statue in gesso del XVIII secolo e Sant’ Ambrogio e San Carlo Borromeo di Sandro Chia

 

Mal di gola? Un semplice sistema per alleviarlo.

Il mal di gola una delle patologia invernali più frequenti e fastidiose, soprattutto per chi deve usare molto la voce.

Ecco un sistema efficace ai primi sintomi di secchezza e irritazione.

Succo di un limone, un cucchiaio di miele, un cucchiaio di olio d’oliva.

Miscelare i tre ingredienti. Lo sciroppo è pronto!

FORD HEMP BODY CAR

Il problema dell’inquinamento atmosferico causato dai trasporti è sempre  all’ordine del giorno, basta un periodo con scarsità di piogge, assenza di vento, che le nostre città si trasformano in camere a gas. Nulla comunque è paragonabile all’aria che si respira in alcune metropoli asiatiche o americane…

Il progetto di un’auto non inquinante, costruita non solo con materiale biodegradabile ma, soprattutto di una vettura che sia alimentata da carburante ecologico, esiste da tempo….

Henry Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa sisal e paglia di grano e come fonte energetica etanolo di canapa: era il 1941 quando nasceva la Hemp Body Car.

L’auto più ecologica mai esistita!

Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare “…vetture a prezzi ragionevoli, affidabili ed efficienti…”

Il progetto della “bio-vettura” esaudiva totalmente le volontà di Ford. Già nel 1925  l’obiettivo di Ford era quello di creare un’autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: “Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C’è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C’è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni“.

Ford all’epoca azzardò l’ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l’etanolo come carburante.

Settant’anni fa una autovettura ecologica che non sfruttasse come carburante il petrolio  non era pensabile per motivi di macro-politica finanziaria. Oggi i tempi son ben diversi: imperativo è, tutelare l’ambiente e inquinare il meno possibile.

Ecco perché Il vecchio progetto di Ford, torna prepotentemente alla ribalta.

IL SOLDATO VICTORIA SAVS

Viktoria, nata in Baviera nel 1899, allora regione dell’impero austriaco, visse con il padre, essendo rimasta orfana di madre molto piccola, in Alto Adige.

Durante il primo conflitto mondiale il padre Peter prestò servizio in un reparto di fanteria leggera riportando gravi ferite. Dopo la guarigione, ritornò al fronte ma Viktoria non accettò di allontanarsi nuovamente dal padre. Come donna, poteva partecipare al conflitto solo come ausiliaria, ma questo non soddisfaceva il suo temperamento temerario: riuscì ad ottenere un’autorizzazione personale dall’arciduca Eugenio D’Asburgo, che le permise l’arruolamento come Viktor, soldato semplice nel battaglione dove suo padre era caporale. Solamente una ristretta cerchia di alti ufficiali sapeva che in realtà Viktor era una donna.

Viktor, grazie alla sua abilità come portaordini, soprattutto mediante l’utilizzo degli sci, portò a termine numerose missioni. Nel aprile del ’17 insieme ai suoi compagni presso le Tre Cime di Lavaredo catturò una ventina di soldati scortandoli poi, da sola, sotto il fuoco dell’artiglieria italiana. Ma dopo poche settimane in un’altra missione, come portaordini, fu colpita dal distacco di un masso  a causa di una granata. Lei stessa ebbe il coraggio di recidere i tendini per liberare il piede

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Viktoria soccorsa e portata in ospedale fu riconosciuta come donna. Le venne amputata la gamba e lottò contro la morte per tre mesi. Ma una volta recuperate le forze continuò a lavorare per la sua patria come crocerossina.

Per il suo comportamento esemplare e coraggioso ebbe diverse onorificenze militari, tra cui una medaglia di bronzo e d’argento di 1° classe al valor militare, la croce al merito dell’imperatore Carlo I d’Austria.

Viktoria una delle prime donne militari, che dimostrarono un coraggio pari a quello maschile, morì a 80 anni e fu sepolta con tutte le sue decorazioni nel cimitero di Salisburgo

SEGUIRE I PASSI DI HEMINGWAY A L’AVANA

Ci sono tanti modi per scoprire una città e sicuramente, calpestare le orme di qualche personaggio che ha contribuito a fare la Storia, è stuzzicante. L’Avana di Hemingway probabilmente è una città che non esiste più, molte cose sono cambiate dagli anni ’40 ’50, ma i luoghi storici, amati e frequentati dallo scrittore resistono come tanti cimeli. Passeggiando per la città vecchia incontriamo, di recente ristrutturato, l’albergo Ambos Mundos, in cui l’autore, nella camera 511, scrisse il romanzo Per chi suona la Campana. 

Interno dell’albergo Ambos Mundos

Uscendo dall’hotel e percorrendo tutta via Obispo si giunge al Floridita, altra tappa obbligata del mondo di sapori e di suoni di Heminqway.

Il Floridita, locale che vanta la dicitura “la cuna del daiquiri”, uno dei cocktail  preferiti dallo scrittore, che come recita la tradizione cubana, fu creato dal padrone del locale, Costantino Ribalaigua con il contributo, sicuramente nell’assaggio, dello stesso autore.

Continuando la passeggiatala hemingwayana si giunge alla Bodeguita del Medio, altro bar-ristorante, sempre nella città vecchia, frequentato dallo scrittore dove, oggi,  a tutte le ore c’è una ressa di turisti che si affollano per ber un mojito o scattare semplicemente una fotografia, mentre all’interno musicisti cubani si scatenano nei loro ritmi tradizionali.

Interno della Bodeguita del Medio

Spostandosi a pochi chilometri dalla capitale si arriva a Finca Vigia la casa in cui lo scrittore americano visse per vent’anni.
La casa museo è stata mantenuta così come era: al suo interno intatti sono gli arredi, tra cui la vecchia macchina per scrivere, libri, carte, appartenuti allo scrittore, premio Nobel.

La macchina per scrivere di Hemingway

Nel parco della residenza è collocato Pilar, il mitico peschereccio di 12 metri protagonista di tante avventure che poi hanno ispirato racconti e romanzi tra cui il celeberrimo Il Vecchio e il Mare.

Il soggiorno di Finca Vigia

 

 

RECUPERO, UN’ ARTE DA COLTIVARE

Sappiamo quanto sia importante il riciclo, diventato ormai un must nella nostra società.  Larte del recupero, cioè dare nuova vita a oggetti, cose, che cadrebbero nel dimenticatoio o nella spazzatura differenziata è un’attività che si può nei limiti, praticare anche personalmente invece di valersi sempre  dei cicli di lavorazione di riciclaggio industriali.

Prendiamo ad esempio le linguette di latta per aprire le lattine…. Con un pizzico di pratica e creatività si possono trasformare in borse, portaoggetti, collane di sicuro effetto. La leggerezza della latta, legata a fili colorati, ad esempio, è adatta a ricamare motivi fantasiosi su maglioni o abiti impreziosendo e rinnovando qualche capo del vecchio guardaroba.

Un po’ di manualità ed ecco che ci si scopre inaspettati creativi!

FEDELE FINO A DOPO LA MORTE

Anche per chi ha un rapporto stretto con gli animali e in particolare con i cani è difficile comprendere l’amore incondizionato ed assoluto che questi hanno nei confronti dei loro padroni.

Sappiamo quanto la perdita del nostro compagno fedele sia dolorosa ma anche il contrario è parimenti vero.

Ecco la storia di Rinti, il cane che quando perse la sua padrona, Jeannette Ryder, filantropa americana, fondatrice a Cuba del Bando de Piedad,  dopo aver assistito alla funzione funebre ed averla accompagnata fino al camposanto, si fermò, com’era sua abitudine, ai suoi piedi.

I parenti lo riportano a casa ma Rinti attraversava tutta l’immensa città dell’ Habana fino a raggiungere il cimitero Colòn ed accucciarsi ai piedi della tomba di Jeannette, una due tre volte, cercarono di riprenderlo ma lui niente, si lasciò andare, non riuscì più a mangiare fino alla morte che avvenne accanto alla tomba della sua padrona.

Ora Rinti riposa ai piedi dell’amica.

TORINO POLO MUSEALE UNICO

L’antica capitale sabauda, con la sua impronta così algida ed elegante racchiude tanti tesori che vanno assolutamente goduti con calma: non solo chiese, palazzi e piazze ma anche i molti musei unici al mondo. Sicuramente Torino è tra i poli museali  più all’avanguardia.

Chi non conosce l’allestimento del Museo Egizio di Dante Ferretti o il museo del cinema raccolto in un “contenitore” che è simbolo della città, e ancora la galleria sabauda all’interno dei musei reali e il museo del Risorgimento.

Parlamento italiano – Palazzo Carignano

In questa lista che i sicuro non vuol essere completa, non dimentichiamo il museo dell’automobile. La ristrutturazione dell’edificio e dei suoi spazi interni, ultimata nel 2011, presentano  un allestimento e un percorso espositivo completamente nuovi. La collezione è stata integrata da ambientazioni e installazioni interattive ed è divisa in tre parti distinte, una per ogni piano.

Le vetture esposte che appartengono a 80 case automobilistiche, sono suddivise abbracciando tre tematiche: l’automobile e il Novecento; l’uomo e l’automobile; l’automobile e il design.

Museo Nazionale dell’Automobile – teoria di Ferrari

Anche per le persone meno esperte nel campo delle quattro ruote, la visita al museo è piacevolissima perché con grande sapienza le installazioni rispecchiamo attraverso la storia dell’automobile i momenti più salienti del secolo scorso, dalla belle époque al futurismo, dagli anni  del proibizionismo al boom economico……

 

CAPESANTE CON VELLUTATA DI PISELLI

Per 6 persone
Ingredienti:
12 capesante
20 g di burro
300 g di piselli freschi
1 spicchio d’aglio
mezzo bicchiere di vino bianco secco
1 scalogno
olio extravergine d’oliva
brodo vegetale
mezzo bicchiere di Martini dry
sale
pepe

Tritare lo scalogno e farlo rosolare con poco olio, aggiungere i piselli e bagnare con il vino bianco. Lasciare sfumare e poi aggiungere il brodo vegetale caldo fino a coprire tutti i piselli. Cuocere per circa venti minuti. Poi frullare il tutto e aggiustare di sale e pepe. Passare la crema al colino cinese e tenerla in caldo. Lavare  le cappesante e asciugarle in un canovaccio. Farle saltare in una padella antiaderente insieme ad uno spicchio d’aglio con poco olio per un paio di minuti aggiungendo quindi il Martini e far sfumare. Sistema le capesante sulla crema di piselli contornando con il fondo di cottura.

TANDURA, EROE ITALIANO

Alessandro Tandura vanta il primato mondiale di essere stato il primo paracadutista in azione militare. Come lui stesso racconta nella sua appassionante autobiografia Tre mesi di spionaggio oltre Piave, quando gli viene chiesto di compiere quest’azione di spionaggio in territorio occupato dal nemico austriaco, lui accetta con entusiasmo. Lui è un ardito e l’amor di patria traspare in ogni sua pagina, però, quando gli comunicano che sarebbe andato oltre le linee nemiche con un paracadute, rimane perplesso….Lui non ha mai volato e non sa nemmeno cosa sia una paracadute. E non si può vedere aperto né capirne il suo funzionamento. Nessuno poi lo saprebbe ricomporre. Gli ufficiali superiori sono consapevoli che è un’azione estrema, pericolosa, che non era mai stata provata in una cielo notturno e nemico. Mille sono le difficoltà ma con una buona dose di fortuna il tenente Tandura riesce a superare per poi trovarsi in quel territorio vittoriese, che ben conosceva, essendo la sua terra d’origine. A Vittorio la sua famiglia, che non era riuscita a scappare, come tante altri, gli dà un supporto fondamentale. Proprio la sorella e la fidanzata lo aiuteranno, mettendo a rischio la lo stessa vita: gli porteranno qualche genere alimentare mentre lui è alla macchia e soprattutto forniranno informazioni utili sui movimenti degli austriaci.

Ed elemento curioso, che ci dà l’altalena precisa tra il passato e il nuovo secolo che sta iniziando, è, come comunicava Tandura le preziose informazioni?

Con i piccioni!

Il giovane tenente Alessandro Tandura

Tandura verrà decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, mentre la sorella Emma e la fidanzata Emma Petterle, che poi diventerà sua  moglie, saranno decorate con la Medaglia d’argento.