L’arte dell’ARABESCO

Titus Burckhardt è stato il primo europeo a comprendere e diffondere  l’arte islamica. Tutta l’arte prodotta nel mondo islamico fin dalla sue origini ha come peculiarità caratteri ben diversi dall’arte occidentale che per molte versi si concretizza nell’immagine di Cristo e di tutto il pantheon più o meno sacro.

Nell’Islam, dove il Divino non si è mai manifestato in una forma umana, questo tipo di arte non potrà mai essere concepito.

L’arabesco con la sua ripetizione ritmica ha una finalità artistica molto diversa da quella dell’arte figurativa, anzi perfino contraria ad essa, giacché non vuole incatenare lo sguardo né attrarlo verso un mondo immaginario, come accade contemplando lo scorrere delle acque, le spighe mosse dal vento, il cadere dei fiocchi di neve, le fiamme che salgono dal fuoco. Tale contemplazione non produce alcuna idea prestabilita, ma piuttosto uno stato esistenziale che è allo stesso tempo tranquillità e vibrazione intima…..L’arabesco nato dallo sviluppo dei tralci vegetali obbedisce alle leggi del ritmo puro, di qui il suo fluire ininterrotto, le sue farsi opposte, equilibrio dei pieni e dei vuoti….”

Così scrive Burckhardt che spiega perfettamente la logica che sottende a questi preziosismi che ammiriamo nelle moschee e nei palazzi islamici, quest’arte pone l’uomo stesso come luogotenente di Dio stesso.

Si può comprendere il messaggio profondo abbandonandosi ad osservare l’arabesco: si viene catturati  come in vortice magico e le sensazioni, le immagini si liberano nella nostra mente quasi a precipitare in un caleidoscopio gigantesco che ruoti intorno a noi….

 

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