Si fa presto a dire BLANC DES BLANCS

Quante volte, al ristorante o in enoteca, nel presentare la lista dei vini disponibili abbiamo sentito l’oste proporci del vino blanc des blancs? E noi, in qualche modo intimoriti da un’espressione così altisonante, non abbiamo avuto neppure il coraggio di chiedere di cosa si trattasse?

Eh sì perché, chissà come mai, certi francesismi mettono soggezione… Gli scopritori dello champagne infatti vantano la peculiarità di aver coniato parole o modi di dire strettamente attinenti al mondo del vino, che gli altri popoli fanno propri senza la pretesa di tradurli nella propria lingua.

Ma che cos’è il blanc des blancs?

Semplicemente un vino bianco ottenuto da uve bianche!

Non si tratta comunque di prodotti semplici, anzi… sono vini unici e ricercati, contraddistinti da qualità e prestigio che li fanno apprezzare in tutto il mondo.
Contrapposto al blanc des blancs vi è il blanc des noirs, il vino bianco ottenuto da uve a bacca nera (le bucce contenenti i pigmenti vengono separate dalla polpa prima della vinificazione); oltre al metodo champenoise (lenta rifermentazione in bottiglia del vino) c’è lo charmat (processo di rifermentazione più veloce ottenuto in autoclave), da entrambi si ottengono spumanti seppure con caratteristiche differenti.
Ma di francesismi nel mondo del vino ce ne sono ancora molti: la barrique (una piccola botte in legno dove vengono fatti invecchiare i vini migliori), il decanter (ampolla in vetro usata per la decantazione dei vini, rossi soprattutto), il tastevin (piccola ciotola in argento un tempo usata per la degustazione del vino, ora simbolo dei sommelier), la flûte (bicchiere per spumanti). E poi Cru, grand Cru e premier Cru (vino ottenuto da uve provenienti da un singolo vigneto o da uno specifico territorio), Cuvée (assemblaggio di vini) e si potrebbe continuare ancora…

E non è un caso se i vitigni internazionali, conosciuti e diffusi in tutto il mondo, hanno nomi francesi: merlot, pinot, chardonnay, sauvignon, cabernet franc, cabernet sauvignon, carmenère solo per citarne alcuni.

 

Che altro aggiungere se non, à la santè!

GLORIA

Come conservare le melanzane

Con l’estate, stagione così ricca di frutta e ortaggi inizia il momento clou per le conserve, da poter poi assaporare tutto l’anno, anche nei mesi invernali, e che, perché no, possono servire come deliziosi presenti natalizi.

La melanzana è un ortaggio che si presta molto bene ad essere conservato e molte sono le ricette facili che si eseguono senza l’uso di fornelli.

Melanzane sott’olio:

Dopo avere tolto la buccia delle melanzane, indifferentemente tonde o lunghe, si tagliano a rondelle dello spessore di mezzo centimetro e si depongono in uno scolapasta cospargendole di sale grosso , si coprono con un canovaccio e sopra si mette un peso ( barattolo pieno ad esempio). Si tengono così per 24 ore. Dopo si immergono in una terrina con aceto bianco e succo di limone ( pari quantità) e si tengono per altre 24 ore. Passato strizzano e si depongono nei vasetti con uno spicchio d’aglio, peperoncino, origano coprendono con ottimo olio d’oliva. Aspettare almeno un paio di settimane prima di consumarle.

Sono buonissime.

 

Cosa ci mettiamo ai piedi?

Cosa ci mettiamo ai piedi?

Le immagini delle scarpe piccione, della stilista giapponese Kyoto Ohata, hanno fatto il giro del mondo: certo non capita spesso di confonderci tra colombo e calzature.

Gli animali, comunque, hanno sempre alimentato la fantasia dei creatori di moda: gatti, cani, ma anche topini e serpenti…si sono trasformati in eccentriche calzature.

                                                                                           scarpette Minnie

Ma non pensiamo che questa esplosione di fantasia sia legata solo all’oggi, si può affermare che già a partire dall’inizio del secolo scorso con il Futurismo gli artisti hanno dato un imprinting dissacratoriio anche alla moda.

Il movimento futurista infatti concepiva l’abbigliamento, il più quotidiano degli eventi, come elemento rivoluzionario.  Provocazione quindi nei confronti del perbenismo borghese. E nella moda rientravano ovviamente anche le scarpe che come sappiamo sono da sempre il capo più feticista da indossare.

Ne sapeva qualcosa il nostro poeta vate, Gabriele D’Annunzio, che ci ha lasciato una notevole collezione di scarpe, di qualsiasi tipo, dagli stivali da cavallerizzo, alle pumps da smoking, alle moltissime pantofole da casa e a qualche scarpa ben provocatoria e allusiva ….

                                                                 mocassini appartenuti a D’Annunzio

Pensionati in Portogallo

Portogallo, Bulgaria, Romania, cosa hanno in comune questi paesi? Ce lo racconta Nadia in questo articolo illuminante di dove stiamo andando…

 

Il fenomeno dei pensionati italiani che lasciano l’Italia si sta diffondendo sempre di più: il motivo principale è da ricercarsi nella volontà di sottrarsi all’avidità del fisco italiano per poter vivere in modo più dignitoso gli agognati anni di relax post-lavoro. Ecco che allora stati come Portogallo, Spagna (Canarie), Ungheria, Tunisia, Romania, etc. vengono preferiti alla patria natia perchè assicurano un tenore di vita migliore.

E’ sufficiente trasferire la residenza dall’Italia allo Stato estero prescelto, certificata mediante iscrizione all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti Estero) e chiedere all’INPS, con l’avvallo dell’ente fiscale locale, la detassazione della pensione italiana, che verrà quindi accreditata al lordo delle trattenute fiscali (dal 23 per cento in su).

Come scegliere la nuova patria?

Google offre un’ampia scelta e siti come CAMBIOVITA, VOGLIOVIVERECOSI, MOLLOTUTTO, per citarne solo alcuni, aiutano a sognare più concretamente. Il Portogallo detiene senza dubbio il primato delle preferenze in quanto concede una totale esenzione fiscale per dieci anni ai residenti non abituali (minimo 183 giorni di residenza lì).
Resta un’amara riflessione: moltissimi giovani lasciano l’Italia per lavoro, i pensionati abbandonano la propria terra  per assicurarsi  un’esistenza decorosa, ma allora…. chi resta?

L’Italia è il Bel Paese per antonomasia, non lasciamolo impoverire, diamo ai giovani le opportunità che meritano e ai pensionati agevolazioni fiscali, magari incentivandoli a trasferirsi in qualche regione del Sud piuttosto che oltre i confini.
Politici…. fate presto

N. G.

Cibo di strada : Palermo

La tradizione culinaria palermitana rispecchia la cultura storica della città e del suo teritorio, presentando influssi di diverse culture,  provenienti anche da paesi lontani che si fondano con l’eccellente qualità  dei prodotti del territorio. La cucina siciliana in generale, rientra a pieno titolo nel modello nutrizionale della dieta mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO, bene protetto nella lista dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità nel 2010. Essa prevede l’abbondante utilizzo di alimenti di origine vegetale, quantità ridotta di carni rosse e bianche e grande spazio al pescato. Importante anche il consumo di latticini, mentre olio d’oliva è il principale condimento e fonte di grassi. In Sicilia esiste un’antichissima tradizione vinicola per cui il vino è la principale bevanda alcolica che accompagna i pasti palermitani.

                                                                               Avventori davanti U’ Ballerino

Di particolare interesse è il “cibo da strada“, ancora largamente diffuso, che è un valido specchio della cucina palermitana che fonde varie tradizioni. Palermo, grande porto di mare da sempre ha accolto, in secoli di storia, genti provenienti da mondi lontani  con i loro bagagli di esperienze e anche la gastronomia ne è un superbo risultato, dove tradizione francese, spagnole arabe, orientali, africane si fondono. Ecco tra i più conosciuti cibi che si possono trovare in focaccerie e paninoteche, da ambulanti, etc. e consumare seduti tranquillamente all’aperto rimanendo immersi nella vita cittadina.

Iniziamo dalle rinomatissime arancine che si assaggiano un po’ ovunque in Sicilia, la gustosa palla di riso, impanata e fritta farcita con ragù, piselli, mozzarella etc.

Il tipico pani câ mèusa. ( pane con la milza), di cui la tradizione ci racconta che risale al medioevo quando gli ebrei palermitani che lavoravano alla macellazione della carne e non potendo percepire denaro per motivi religiosi, si trattenevano le interiora che rivendevano come farcitura a pane e formaggio.

E poi pannocchie bollite, pane e crocchè, sfincionevastedda fritta, stigghiola, pane e panelle.

                                                  

                                                       granita al caffè con panna

E come dolce di strada? Anche qui c’è l’imbarazzo della scelta…dalle brioche farcite con gelato al cannolo e infine…. una granita al caffè!

Coste e spinaci di stagione per un souflè

Bietola da costa e spinacio sono due verdure che si trovano fresche durante tutto l’anno, se coltivate a terra si raccolgono da giugno ad ottobre, poi subentra, nella stagione fredda, la coltivazione in serra.

Oltre consumarle come semplice contorno appena sbollentato si può preparare un raffinato soufflé di tradizione francese.

Per 6 persone
Ingredienti:
8 uova
150g di bietole
150 g di spinaci
6 foglie di menta
50 g di pinoli
50 g di gruviera
un porro di medie dimensioni
olio extravergine d’oliva
sale
pepe

Tritare il porro con la menta e stufarli in una padella con poco olio. Preparare gli spinaci e le bietole tagliandoli in piccoli pezzi e versarli al porro nella padella. Cuocere per qualche minuti e quindi aggiungere i pinoli, il sale e il pepe. Sbattere i tuorli d’uovo con il formaggio e incorporarli alle verdure. A parte montare gli albumi a neve con un pizzico di sale e unirli al composto. Versare il tutto in una tortiera imburrata di 22 cm di diametro con bordi alti e cuocere in forno ventilato a 180° per 25 minuti.

Prepariamo lo zaino per Santiago di Compostela

Affrontare il cammino con lo zaino corretto è fondamentale, così come sono fondamentali le scarpe.

Regola principale, mai incamminnarsi con un paio di calzature nuove, testarle bene con qualche passeggiata di qualche ora in ambiente collinare/ montano. Vanno bene degli scarponcini da trekking di pesantezza media, comunque la scelta della scarpa è sempre molto soggettiva, c’è chi le preferisce scarpe basse chi con sostegno della caviglia, chi completamente impermeabili chi in materiali traspiranti, etc. Ognuno scelga in base alle proprie esigenze e soprattutto al proprio piede. Il cammino si snoda in un percorso per lo più pianeggiante a parte il tratto dei Pirenei.

Lo zaino dev’esere sempre porporzionato alla statura. Sappiate che per dieci, venti giorni, un mese sarà la vostra casa.

Io che sono di media corporatura, donna, ad esempio, non riesco a portare sulle spalle più di sette chili ed ecco quello che riesco a mettere via.

Un paio di sandali, uno di ciabatte infradito di gomma per poter fare docce, un paio di calze da trekking, due magliette, un pile, una giacca media pesantezza frangivento, un paio di bermuda o qualsiasi altro pantalone di ricambio, una mantella, un asciugamano in microfibra, un berretto o bandana, un pezzo di sapone da bucato, intimo ,non più di due slip e un reggiseno, un sacco a pelo leggero se si intraprende il cammino nei mesi estivi, borraccia, sciampo/bagnoschiuma, spazzolino da denti, crema solar di protezione e una lenitiva, scorta di cerotti, pinzette, forbicine, (e quello che in genere si introduce in beauty case da viaggio).

Ah dimenticavo: un libro!

La magia di Torcello all’alba e al tramonto.

Poter soggiornare una notte a Torcello è un’esperienza unica, considerando che i residenti fissi di quest’isola della Laguna Veneta, sono circa una quindicina.  Passeggiare quando l’orda di turisti giornalieri ha preso l’ultimo vaporetto ha qualcosa di sacrale, in quest’isola che testimonia gli antichi splendori, in una pace infinita, in cui gli unici suoni sono quelli della natura: i canti degli uccelli,  il vento, l’acqua.

A Torcello era presente un insediamento sin dai primi secoli dell’Impero Romano, nello stesso periodo in cui fioriva la vicina città di Altino.  Il popolamento dell’isola riprese con vigore nel VII secolo con la realizzazione di alcune opere di bonifica e arginatura (palafitte, terrazzamenti, rassodamenti), che indirizzarono l’abitato verso una struttura urbana. Ed è in questo periodo che risalgono le prime tracce di frutteti e vigneti, nonché di un’officina vetraria.

                                                                                                       Vigna a Torcello

La fondazione della Cattedrale  risale al 639 per volere dell’esarca bizantino di Ravenna che intendeva rafforzare militarmente la zona nei confronti dei Longobardi. L’antica sede vescovile è intitolata all’Assunta, e coincise con il trasferimento della diocesi di Altino sull’isola. Prova di questa continuità è il fatto che i vescovi di Torcello continuarono a definirsi Altinati sino all’XI secolo, secolo in cui venne riedificata la cattedrale, affiancata subito dopo dalla chiesa di Santa Fosca. Fino al Trecento Torcello godette di prestigio economico e sociale, grazie anche all’attività legata alla lavorazione della lana, raggiungendo sembra quasi 50 mila abitanti. Dal XIV secolo l’aria malsana, l’impaludamento,  le epidemie portarono ad un progressivo abbandono dell’isola a nord della laguna.

Santa Fosca  e sulla sinistra facciata de Santa Maria Assunta.

La basilica di Santa Maria Assunta, un tempo sede vescovile, fu ristrutturata nella forma attuale attorno all’anno mille. L’interno è particolarmente suggestivo conservando uno tra i più ricchi cicli musivi dell’ XI -XII secolo, tra cui spicca il catino absidale con la Madonna Odigitria e nella parete occidentale il famoso Giudizio Universale.  Davanti alla Chiesa collegato attraverso il nartece  sono evidenti le fondamenta di un edificio circolare, l’antico Battistero. A lato poco distante svetta il famoso Campanile uno dei punti di riferimento navigando nella piatta laguna e da cui si gode una vista  senza confini.
La chiesa di Santa Fosca, che risale al XII secolo, ha pianta a croce greca co un porticato con colonne di marmo e capitelli che riprende il motivo architettonico dell’interno ci ricorda con il mondo veneziano fosse strettamente legato a quello bizantino.

Poter godere di queste meraviglie al tramonto o la mattina presto quando l’isola è ancora deserta, quando il gioco di luci invita a fissare le immagini sono quelle esperienze sensoriali che ci rendono ricchi.

                                                                                  Interno di Santa Fosca

TURISMO SPORTIVO

Il turismo sportivo si può dividere in due categorie che rispecchiano per l’appunto gli appassionati dell’attività fisica: chi lo pratica, e chi semplicemente lo segue.

Il turista attivo è colui che viaggia per praticare uno o più sport durante il suo soggiorno mentre il turista  passivo si reca in un determinato luogo, unicamente per assistere a eventi o manifestazioni sportive.

In questo caso le destinazioni sono tantissime e si aprono infinite possibilità di viaggio durante tutto l’arco dell’anno.

Il turismo attivo vede degli amatori che girano il mondo per praticare i loro sport e, non sono solo quelli legati alla montagna e al mare, mete che coincidono spesso con le classiche vacanze estive ed invernali. Ultimamente, alle attività più tradizionali, che vanno dallo sci al windsurf, si allinea un nuovo elenco di attività sportive, meno legate ad un ambiente già per vocazione turistico:  oggi gli sportivi itineranti sono golfisti, cavallerizzi, canoisti e soprattutto, ciclisti e podisti.

Molte persone che si danno alla maratona, pur iniziando questa attività da grandi e con nessuna velleità di partecipare alle olimpiadi, hanno spesso tra i loro obiettivi  la maratona di New York. Cicloamatori di tutte le età, si iscrivano a competizioni importanti come quella della scalata al monte Bondone o a giri ciclistici che si organizzano  un po’ in tutta Europa, tra cui spicca ad esempio, la granfondo di Roma.

E’ un modo nuovo di unire la propria passione sportiva con il viaggio, un viaggio che si trasforma molte volte in una conoscenza del luogo diversa, più sentita, anche se “sudata”…e per questo più personale ed unica.

Un angolo di Parigi a Treviso

In centro a Treviso, a due passi dal Sile e non lontano da Piazza dei Signori, c’è un locale aperto da qualche anno che concede ai suoi avventori l’opportunità di fare un salto a Parigi, anche se talvolta solo per il tempo di un aperitivo…
E’ il Cavastròpoi, un raffinato bistrot dall’aria un po’ bohemienne dove nulla è lasciato al caso: arredamento e decorazioni sono stati studiati e realizzati da Michela pezzo per pezzo, con estrema cura dei dettagli, donando all’ambiente un tocco di originalità tale da renderlo davvero unico.
All’esterno tavolini, panche e sedie trovano posto sotto un porticato lungo il quale sono disposte numerose piante (che a guardarle capisci che non sono lì per caso… ciascuna non poteva essere che di quella specie e collocata proprio in quel punto!) a creare un giardino coperto, rischiarato quando è buio da originali lanterne.

Quando i titolari raccontano che il loro è stato ‘amore a prima vista’ nei confronti di questi luoghi non si fatica a crederci: col tempo li hanno trasformati in una loro creatura, in qualcosa che gli somiglia… il loro stile è chiaramente riconoscibile!
Gianluca e Michela si dividono sapientemente tra bancone e cucina; ogni cosa rivela la loro passione per il vino ed il cibo.
Gianluca, con grande esperienza acquisita in locali di tendenza a Milano, si occupa del ‘beverage’: in primis sceglie, suggerisce e serve i vini ai clienti, ma non solo perché in questa enoteca si possono ordinare anche birre (molto spesso artigianali), succhi e cocktail.
La selezione dei vini cambia spesso; vengono proposte bottiglie provenienti da tutta Italia ma anche dalle più interessanti zone viticole del Mondo. Sono privilegiati prodotti di nicchia, il più possibile naturali se non addirittura biologici, in una ricerca sempre continua…

In cucina Michela (architetto per formazione e sommelier AIS per passione) usa ingredienti di qualità; tante verdure fresche ma anche carne, pesce, uova, spezie ed erbe aromatiche. I suoi piatti sono frutto di sperimentazioni continue, a tutto tondo: metodi di cottura e tecniche di preparazione sempre nuovi sono alla base di creazioni anche molto belle da vedere. Un piacere per gli occhi prima e per il palato poi!
I suoi non sono cicchetti ma veri e propri finger food… squisiti bocconcini che si accompagnano in maniera equilibrata ai vini senza coprirne il sapore, anzi semmai esaltandone le qualità!
Dalla cucina però non escono solo stuzzichini in abbinamento all’aperitivo, ma anche dei piatti sapientemente strutturati, in continua evoluzione e sempre diversi, proprio per differenziarsi dalla massa ed essere sempre un passo avanti (o arrivare comunque per primi) rispetto alle mode che poi verranno!
Ora che Treviso è diventata, da qualche anno, anche una importante meta turistica, tra i frequentatori del locale vi sono anche molti stranieri. Non è un caso, quindi, se il Cavastròpoi è stato inserito nell’edizione francese della guida Routard!
Insomma… competenza, gentilezza e professionalità che mettono voglia di ritornare, di provare altro, di accettare le sfide che vengono lanciate da Gianluca e Michela con le loro proposte ‘MANGIA E BEVI’!
Signore e signori, benvenuti al Cavastròpoi!

                                                                                                  Gianluca e Michela

 

GLORIA