negozi che vanno e vengono

                                                                 rue du commerce – Paris

Le nostre città da un secolo e mezzo a questa parte, si sono trasformate di molto: si sono riempite di negozi!

Fino all’avvento della società di massa, che coincide più o meno con la seconda metà dell’Ottocento, in città c’erano le botteghe. E non ce n’erano molte anche se soddisfacevano alle esigenze di una classe borghese emergente.

Le botteghe sono dei piccoli opifici artigiani o delle rivendite di beni, da quelli alimentari a quelli per la casa e  la persona.

Quindi c’era la bottega del calzolaio dove certo si riparavano le scarpe ma anche si producevano modelli artigianalmente, quella del tappezziere nella quale si rivestivano sofà ma anche si potevano acquistare tele di tutti i tipi.

Nei nostri centri, piccoli o grandi, i negozi e i megastore si susseguono all’infinito e possiamo trovare di tutto. Nelle periferie poi, sono sorti i centri commerciali che nel giro di pochi anni sono addirittura diventati luoghi in cui trascorrere le domeniche…

In questi ultimi decenni, lo sviluppo di nuove tecnologie ha creato nuovi stili di vita e sono sorte nuove esigenze commerciali: sono sorti nuove tipologie di negozi altre sono invece scomparse, altre ancora stanno risorgendo quali arabe fenicie….

Le vie dei nostri centri tra la fine del xx secolo  e i primi anno di quello attuale, si sono costellate di call center, internet point, che servivano principalmente  agli stranierei, prima dell’esplosione dei smartphone. Chi si ricorda i negozi di noleggio video-cassette e poi dvd? Sembrano passati secoli da quella tecnologia eppure era l’altr’ieri.

Ma a fianco a questi nuove tipologie commerciali che come nel caso dei internet point sono già scomparse, oggi c’è il wi-fi libero, sono rinate botteghe che qualcuno prematuramente aveva dichiarato appartenenti ad un passato superato.

Botteghe, legate al mondo dell’artigianato, dal calzolaio, alla sarte che rivoltano i colli delle camicie e accorciano pantaloni, oltre naturalmente all’abito finito. E ancora le botteghe di alimentari che preparano confetture, sughi pronti con maestria casalinga, quelle importantissime degli aggiusta-tutto.

E che si può dire, corsi e ricorsi della storia?

 

BOBO…?

 

Ricchi emergenti, sofisticati e snob. Sono i BoBos, i Bourgeois Bohemiens, ovvero i borghesi bohemien, secondo il felice acronimo creato dal giornalista americano David Brooks.

I bobos lavorano, si divertono e s’arricchiscono. E’ la generazione dei quaranta, cinquantenni: le loro attività sono prevalentemente intellettuali, lavorano molto, almeno 12 ore al giorno, sette giorni su sette; molti di loro hanno avuto un’idea vincente e sono riusciti a cavalcare l’onda del successo.

Si può dire che hanno preso il posto dei “radical chic” ma con alcune sostanziali differenze: in ferie ci vanno pochissimo, già due settimane sono un lusso per loro. Le loro mete di svago sono città d’arte o comunque luoghi di interesse artistico o naturalistico. Spesso non possiedono un’automobile e preferiscono girare in bicicletta o in taxi, perché sono scelte più ecologiche. Sono impeccabili nell’abbigliamento, tagli sartoriali, o di grandi firme che però non sono mai esibite. Molti di loro sono vegetariani, ma anche se carnivori, si nutrano unicamente di prodotti biologici. Evitano i centri commerciali e i grandi supermercati, si possono invece trovare nelle botteghe di quartiere, nei mercati rionali, soprattutto dove la filiera è la più corta: insomma hanno un grande senso del rispetto dell’ambiente oltre che di se stessi. E non badano a spese pur di acquistare il prodotto bio, anche se a volte arriva dall’altro capo del mondo.

I bobos italiani scelgono di vivere per lo più fuori città, o se optano per i centri urbani, le loro case sono vecchie abitazioni ristrutturate  all’insegna dell’high- tech. I newyorchesi prediligono i loft nei quartieri emergenti mentre il bobo parigino abita  nel X o nel XX arrondissement, quartiere oggi di tendenza. Le loro case sono arredate secondo il feng-shui, arte orientale che favorisce lo scorrere di energie positive, piene di mobili etnici o vintage che contrastano con la tecnologia e il design.

Insomma un connubio tra il consumismo più sfrenato dato  da importanti portafogli  e uno spirito ecologico, sempre all’insegna del politically correct.

OMAHA BEACH

6 giugno 1944.

Il giorno che ha visto il sacrificio di migliaia di uomini: uomini che hanno lottato, uomini che sono morti per i principi di libertà e democrazia.

Ancora oggi lungo la costa normanna si possono visitare i resti dei bunker e dei fortini della linea difensiva nazista insieme alle varie spiagge dello sbarco degli alleati.

Pochi giorni dopo lo sbarco si seppellirono, provvisoriamente, i tantissimi morti statunitensi proprio sulla costa a Saint-Laurent-sur-Mer. A guerra terminata le sepolture vennero spostate poco distante a Colleville-sur-Mer: il nuovo cimitero  che raccoglie le spoglie di 9387 soldati morti durante le operazioni dello sbarco in Normandia, comprende anche un  memoriale che onora le vittime del conflitto.

Non tutti però, i soldati americani, morti in Francia, si trovano nel cimitero di Omaha Beach, molte salme, circa 14000, furono rimpatriate per volere delle famiglie.

Come per tutti gli altri cimiteri statunitensi in territorio francese, sia della prima che della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno ottenuto una speciale concessione territoriale permanente e libera da tassazione. Quello su cui è situato il cimitero risulta quindi essere a tutti gli effetti territorio americano.

Omaha Beach che è il nome in codice della spiaggia, dove sbarcarono gli americani, è una tra le più tristemente note per il massacro di uomini ed è luogo diffusamente conosciuto anche per i diversi film ambientati durante le operazioni dello sbarco.

Oggi con un milione di visitatori all’anno, il cimitero statunitense risulta essere il più frequentato da turisti, provenienti da tutto il mondo.

Il 6 giugno 2007 è stato aperto un centro per i visitatori: in una delle sale vengono ripetuti all’infinito i nomi di tutti i soldati sepolti mentre nel contempo si proiettano molte immagini dei vari momenti dello sbarco.

Tutti i presidenti americani, a partire da Carter, si sono recati infatti al cimitero di Omaha Beach, che per gli Stati Uniti, giustamente ha un forte valore simbolico.

Mi sono trovata a camminare con tante altre persone in mezzo a questo mare di croci bianche tutte  uguali. Il silenzio era sovrano, si avvertiva solo il rumore del vento dell’atlantico.

Leggevo  i nomi, leggevo le date di morte, che spesso si ripetono.

Scattavo foto per cercare di fissare in un’immagine quel senso di profonda commozione che provavo senza accorgermi che le lacrime scendevano.

Lacrime silenziose che ringraziano e omaggiano queste esistenze, brutalmente spezzate, che ci hanno regalato l’opportunità di vivere liberamente le nostre vite.

 

 

 

Ho lessato qualche patata di troppo…

A volte capita: abbiamo ospiti, pensiamo che il cibo non sia sufficiente, mettiamo in pentola anche l’ultima patata del sacchetto che è inutile lasciarla da sola….

E poi? Peccato buttarla!

Teniamola per il giorno dopo e improvvisiamo un condimento veramente gustoso per una pasta: si taglia a tocchetti la patata e la si butta nell’acqua bollente poco prima di scolare la pasta. Si condisce poi il tutto con un trito di abbondante prezzemolo, alici, capperi sotto sale(precedentemente lavati), qualche oliva taggiasca, uno spicchio d’aglio, olio e pepe.

E’ un piatto che insegna che in cucina non bisogna sprecare e il riutilizzo degli avanzi stimola la nostra fantasia….e buon appettito